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Libano: pezzi di un mosaico in cerca di unità

  • 2 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Camille Eid*

 


Prove di coesione nazionale. I capi delle comunità religiose in Libano si incontrano oggi presso la sede del Gran sceicco druso a Beirut, in un “vertice spirituale” particolarmente significativo in questa fase storica del Paese. In passato, le dichiarazioni finali emanati da simili vertici hanno spesso cercato di fare da contraltare alle quasi insanabili divisioni politiche invocando armonia, convergenza e rigetto della violenza tra i libanesi. Stavolta, in considerazione delle particolari circostanze politico-militari, gli occhi sono puntati sui denominatori comuni tra le 18 comunità che formano il “mosaico libanese”, e in particolare sulla posizione dei leader religiosi della comunità sciita. Il segretario generale del Comitato di dialogo islamocristiano, Mohammed al-Sammak, si è rifiutato di anticipare il contenuto della bozza del comunicato distribuito nei giorni scorsi ai partecipanti, prima della sua approvazione. L’unanimità sarà facile da raggiungere riguardo la condanna delle aggressioni israeliane e un sostegno al ritorno degli sfollati e alla ricostruzione. Più delicato, invece, trovare un consenso sulla formulazione dei punti relativi al recupero della sovranità nazionale, attraverso le forze militari e di sicurezza libanesi. Una fonte cristiana che ha seguito i preparativi del vertice ha sottolineato l’importanza di stabilire un percorso di lavoro e di cooperazione tra tutti i rappresentanti da porre al servizio dell’interesse pubblico libanese, per rafforzare la pace civile e proteggere di conseguenza il Libano.

 

Sebbene dettata dagli allarmanti sviluppi militari e da alcune tensioni interconfessionali, la riunione tra i capi religiosi intende tuttavia riproporre l’immagine del Libano plurale e unito offerta a papa Leone XIV durante la sua storica visita, sei mesi fa, in Libano. Un impegno costante per i cristiani libanesi. Sabato sera, centinaia di fedeli si sono collegati dal santuario di san Charbel con il Vaticano per la recita del rosario a conclusione del mese mariano. Sottolineando come il popolo libanese sia tra quelli «martoriati dalla guerra» che chiedono «con insistenza il dono di pace», il nunzio apostolico ha espresso la sua fede nella pace possibile, richiamando la necessità di «pregare per la conversione dei cuori ad essa e per avere le condizioni di instaurarla».

 

La prossima beatificazione del patriarca Elias Hoyek, offrirà ai libanesi, cristiani e musulmani, altri spunti per superare le attuali sfide. Non solo perché a lui si deve l’erezione, tra il 1906 e il 1908 sulla collina di Harissa, della statua di Nostra Signora del Libano che s’affaccia sulla baia di Jounieh, da subito diventata un celebre santuario mariano per cristiani e musulmani. Hoyek è soprattutto il “Padre fondatore” del Libano moderno per aver partecipato, nel 1919, alla Conferenza di Versailles reclamando gli attuali confini del Paese. Il “Grande Libano”, come lo si è chiamato per sei anni. Un richiamo forte per coloro i quali – tra i cristiani libanesi – sono nuovamente tentati dalle sirene del ripiegamento in un “Piccolo Libano” cristiano, in aperto contrasto con la vocazione storica del Paese, tradotta nella celebre espressione del "Paese messaggio" cara a papa Giovanni Paolo Il.


* Avvenire

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