Libano: riprendono le indagini sull’esplosione al porto di Beirut dopo anni di ostacoli
Talal Khrais

L’esplosione al porto di Beirut causò oltre 200 morti, migliaia di feriti e danni enormi.
Assassinio, minacce, arresti arbitrari, repressione e intimidazioni ai giornalisti per insabbiare la verità sull’esplosione di circa 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio, nel porto di Beirut.
Persone come me hanno detto la verità e sono state minacciate, poi arrestate con false accuse.
La verità è che questo nitrato d’ammonio non uccideva soltanto i libanesi, ma molto di più i siriani. Veniva utilizzato nei barili con altri esplosivi, gettato nei quartieri popolati dal regime siriano perché sostenevano l’opposizione. È stata una punizione da parte di un regime sanguinario contro gli innocenti.

Il nitrato arrivava al porto di Beirut, successivamente, trasferito in Siria davanti al personale addetto al controllo dello Stato e della sicurezza.
Oggi la situazione è cambiata, il regime siriano e suoi alleati sono crollati e c’è più spazio almeno per andare avanti con le indagini.
Un procuratore libanese ha chiesto l'incriminazione dell'ex presidente Michel Aoun per l'esplosione al porto di Beirut del 2020, che causò oltre 200 morti. La Corte di Cassazione libanese chiede al giudice Tarek Bitar, che presiede il caso, di "avviare un procedimento penale contro l'ex presidente Aoun", così, ha dichiarato un funzionario, secondo il quale si chiede l'incriminazione dell’ex presidente Michel Aoun perché "era a conoscenza della presenza di nitrato di ammonio nel porto e della sua pericolosità , senza aver adottato le misure necessarie" o averne informato l'Alto Consiglio di Difesa del Paese.

La devastante esplosione del 4 agosto 2020 ha causato oltre 220 morti, più di 6.500 feriti e ha devastato ampie zone della capitale. Le autorità libanesi hanno affermato che l'esplosione è stata innescata da un incendio in un magazzino, dove tonnellate di fertilizzante a base di nitrato di ammonio erano state stoccate in modo disordinato per anni, nonostante i ripetuti avvertimenti ai funzionari di alto livello.
Nessuno è stato punito per l'esplosione, sebbene l'indignazione pubblica e le richieste di giustizia da parte delle famiglie delle vittime, in un Paese da tempo afflitto dall'impunità delle autorità.
A marzo, un funzionario giudiziario ha dichiarato che il giudice Bitar aveva completato la sua indagine. Ha trasmesso il caso al pubblico ministero, che avrebbe dovuto esaminarlo, e il procuratore Mohammad Saab ha presentato la sua relazione martedì. La relazione ha specificato la responsabilità di oltre 70 imputati, tra cui politici attuali ed ex, funzionari della sicurezza, militari e dipendenti pubblici, alcuni dei quali erano già stati incriminati da Bitar. Le accuse restano di competenza di Bitar, che potrebbe emetterle nelle prossime settimane. Il caso era rimasto bloccato da dispute politiche e legali sin dal 2023, dopo che Hezbollah, sostenuto dall'Iran, aveva guidato una campagna per chiedere la rimozione di Bitar e decine di cause legali avevano cercato di estrometterlo dal caso. Tuttavia, Bitar ha ripreso le sue indagini lo scorso anno, in seguito al mutamento degli equilibri di potere in Libano. Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam sono entrati in carica dopo la guerra del 2023-2024, tra Israele e Hezbollah, che ha indebolito il gruppo armato libanese. Da allora, sono stati rimossi anche diversi ostacoli legali al lavoro di Bitar, tra cui la revoca del divieto di viaggio nei suoi confronti.




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