Libia: gli Usa accelerano sull'unificazione, ma l'intesa tra est e ovest ancora non c’è
- 13 lug
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Assadakah News

Le indiscrezioni sul cosiddetto "piano Boulos" vanno lette dentro questa cornice. Secondo ricostruzioni circolate sul quotidiano libico "Al Wasat", la bozza punterebbe a un "quadro per il ripristino del governo nazionale unificato", con l'obiettivo di arrivare alla firma a Washington, entro il 30 settembre 2026. Tra i punti indicati figurerebbero l'unificazione dell'esecutivo, il rilancio del percorso elettorale, un ruolo rafforzato per la commissione elettorale e una ridefinizione dell'architettura istituzionale, con Tripoli capitale politica e Sirte capitale amministrativa. Il testo, tuttavia, non è ufficiale e viene presentato come documento esplorativo. La cautela è necessaria perchè in Libia, ogni bozza che appare troppo definita prima di essere politicamente digerita rischia di diventare essa stessa un fattore di polarizzazione. Il nodo decisivo resta il rapporto con le Nazioni Unite.
Massad Boulos insiste sul carattere complementare dell'iniziativa Usa rispetto alla roadmap dell'Unsmil, ma una parte degli attori libici teme che l'accelerazione di Washington possa trasformarsi in un percorso parallelo. Il punto non è solo formale. Senza un "ombrello Onu", qualsiasi intesa rischierebbe di essere percepita come un accordo tra poteri di fatto, sostenuto dagli Stati Uniti e dai principali sponsor regionali, ma privo di una legittimazione sufficiente a reggere nel medio periodo. Al contrario, se l'iniziativa statunitense riuscisse a produrre convergenze concrete e poi a incardinarle dentro il percorso Onu, potrebbe dare alla crisi libica ciò che finora è mancato: una pressione politica esterna abbastanza forte da obbligare gli attori locali a scegliere tra compromesso e isolamento. La linea statunitense sembra quindi muoversi su più piani paralleli. Da un lato c’è il canale politico, incarnato da Massad Boulos, consigliere senior del presidente Trump per gli Affari arabi e africani, ben attento a definire in più occasioni l'iniziativa statunitense "complementare" alla roadmap dell'Onu e al lavoro della rappresentante speciale Hanna Tetteh. Dall'altro c’è il canale militare, con il coinvolgimento di Africom e i contatti con le strutture di sicurezza dell'est e dell'ovest. Nei giorni scorsi, il sottosegretario alla Difesa del Governo di unità nazionale, generale Abdul Salam al Zoubi, è stato a Washington per colloqui con Boulos e con il vicecomandante di Africom, generale John W. Brennan.
Al centro degli incontri l’unificazione dell'istituzione militare, i programmi di addestramento, la costruzione delle capacità, la sicurezza delle frontiere, la lotta al terrorismo e il contrasto alle minacce transfrontaliere. È proprio qui che si intravede il disegno statunitense. Washington non sembra voler ripartire dalla sequenza classica del processo libico -- accordo politico, governo unitario, base costituzionale, elezioni -- ma da una logica inversa e più operativa: prima creare convergenze tra apparati militari, istituzioni economiche e centri di potere effettivi; poi trasformare queste convergenze in una cornice politica, infine ricondurre il tutto dentro il percorso Onu e verso le elezioni. L'ambizione, nelle letture più ottimistiche circolate negli ultimi giorni, era arrivare addirittura a un accordo di pace tra est e ovest, con una firma a Washington il 29 giugno. Il quotidiano "Il Foglio" aveva evocato in questo senso la possibilità di un nuovo successo diplomatico per Trump, il "nono accordo di pace" rivendicabile dalla Casa Bianca. Quella firma, tuttavia, almeno per il momento non c’è stata. Resta invece una strategia che può produrre risultati più rapidi rispetto ai lunghi negoziati multilaterali del passato, ma che rimane esposta a un'obiezione di fondo: chi garantisce che un'intesa tra famiglie e strutture armate si traduca davvero in un processo politico legittimo e non in una nuova spartizione del potere.
La presenza contemporanea negli Stati Uniti del presidente della National Oil Corporation, Masoud Suleiman, aggiunge un ulteriore tassello al quadro. Suleiman ha incontrato i vertici di Chevron per discutere le prossime fasi operative dei progetti congiunti nel settore del petrolio e del gas, dopo i memorandum d'intesa firmati nei mesi scorsi sul blocco offshore NC 146 e sul potenziale delle risorse non convenzionali. Il dossier energetico non è separato da quello politico: in Libia la produzione, l'esportazione e la gestione delle rendite petrolifere restano il cuore materiale dell'unità statale. Parlare di unificazione delle istituzioni senza affrontare il nodo della Noc, della Banca centrale, del bilancio e della distribuzione delle entrate significa lasciare intatto il meccanismo che negli ultimi anni ha alimentato la divisione. La sovrapposizione tra attivismo diplomatico degli Usa e rinnovato interesse delle compagnie statunitensi, per il settore energetico libico è però un passaggio delicato. La coincidenza temporale può alimentare sospetti in un contesto dove le risorse petrolifere sono da sempre al centro della competizione tra istituzioni rivali. Per Washington, il ritorno degli investimenti può essere presentato come parte della normalizzazione economica del Paese; per una parte degli attori libici, tuttavia, il rischio è che la mediazione americana venga percepita anche come funzionale alla riapertura di spazi per le proprie compagnie energetiche.
Non è un dettaglio che Saddam Haftar arrivi a Washington dopo una sequenza di incontri internazionali di alto profilo. Nel giro di pochi giorni il vicecomandante dell'Enl ha visto il presidente francese Emmanuel Macron, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, il capo delle Forze armate del Pakistan, feldmaresciallo Asim Munir, e ora Rubio. Per un dirigente militare ancora trentenne, non è poco. La sua esposizione diplomatica conferma il tentativo della famiglia Haftar di presentarsi non solo come attore militare dell'est, ma come interlocutore nazionale e internazionale indispensabile per qualsiasi assetto futuro della Libia.
In altre parole, Washington sembra prendere atto un rapporto di forza già consolidato sul terreno: senza gli Haftar, difficilmente può esistere un processo realistico di unificazione militare; con gli Haftar, però il processo rischia di apparire a una parte dell'ovest come una normalizzazione politica del potere armato della Cirenaica.



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