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Armenia: il caso Gzoyan e il silenzio imposto sull’Artsakh

  • 2 ore fa
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Letizia Leonardi (Assadakah News) - In Armenia sta facendo discutere la decisione del primo ministro Nikol Pashinyan di rimuovere dall’incarico Edita Gzoyan, direttrice del Museo-Istituto del Genocidio Armeno. Il provvedimento, confermato dallo stesso premier il 12 marzo 2026, è stato preso dopo un episodio avvenuto durante la visita ufficiale del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance il 10 febbraio.

Durante l’incontro, la direttrice aveva donato a Vance un libro dedicato all’Artsakh, la regione storicamente abitata da armeni ma passata sotto il controllo dell’Azerbaijan dopo gli eventi militari del 2023. Un gesto simbolico, ma politicamente carico di significato. Secondo Pashinyan, sarebbe stato compiuto senza autorizzazione e avrebbe rappresentato una “provocazione” contraria alla linea diplomatica del governo.

Il primo ministro non ha nascosto di aver imposto le dimissioni della direttrice, spiegando che, dopo la perdita del Nagorno-Karabakh, sollevare la questione in contesti diplomatici internazionali sarebbe incompatibile con la politica estera attuale. In altre parole, secondo la logica del governo, ricordare l’Artsakh in un incontro ufficiale con un alto rappresentante americano significherebbe contraddire la posizione politica di Yerevan.

Questa vicenda però solleva interrogativi più profondi. Non si tratta soltanto di un gesto protocollare o di un incidente diplomatico. Il punto è se in Armenia sia ancora possibile parlare liberamente di Artsakh e della sua storia. Il museo che Gzoyan dirigeva non è un’istituzione qualsiasi: custodisce la memoria di una delle tragedie fondative dell’identità armena. Edita Gzoyan, è stata eletta alla carica di direttore appena due anni fa. In soli due anni, Gzoyan, che ha un dottorato di ricerca in relazioni internazionali presso l’Università Statale di Yerevan, un Master in giurisprudenza presso l’Università Americana dell’Armenia, e completato numerosi corsi professionali presso prestigiose università occidentali, ha apportato notevoli miglioramenti nel lavoro scientifico e nella gestione amministrativa del museo. Vederne la direttrice allontanata per aver ricordato un’altra ferita nazionale appare, a molti osservatori, come un segnale politico preciso.

Il governo difende la scelta con argomenti pragmatici: dopo la fine dell’esperienza politica armena in Nagorno-Karabakh, insiste Pashinyan, il paese deve evitare ogni gesto che possa essere interpretato come una rivendicazione o un tentativo di riaprire il conflitto con Baku. In una regione ancora fragile e militarmente squilibrata, la priorità sarebbe la stabilità.

Ma questa posizione ha un costo politico e simbolico. Molti armeni percepiscono la linea del governo come un arretramento non solo territoriale, ma anche culturale e storico. Se la memoria dell’Artsakh diventa un tema da evitare perfino in un dono diplomatico, si rischia di trasformare una questione nazionale in un argomento quasi proibito.

Il caso Gzoyan dimostra quanto la questione del Nagorno-Karabakh resti una ferita aperta nella società armena. Da una parte c’è la scelta governativa di chiudere il capitolo per ragioni di realpolitik; dall’altra una parte dell’opinione pubblica che teme che, insieme al territorio, si stia perdendo anche il diritto di ricordarlo.

E quando la memoria diventa scomoda, spesso significa che la politica sta cercando di riscrivere il modo in cui un paese guarda alla propria storia.

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