Armenia: Pashinyan sul Karabakh riapre una ferita
- 14 mag
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Letizia Leonardi (Assadakah News) - Le dichiarazioni del premier armeno Nikol Pashinyan sul Nagorno Karabakh sono destinate a lasciare un segno profondo nella società armena e nella diaspora. Affermare che “il Nagorno Karabakh non è mai stato nostro” non è soltanto una presa di posizione politica perché per molti armeni rappresenta un colpo doloroso alla memoria storica, al sacrificio di migliaia di caduti e al destino di una popolazione che per decenni ha vissuto quella terra come parte integrante della propria identità nazionale.
Le parole del premier arrivano in un momento già estremamente delicato per l’Armenia, dopo la perdita definitiva del controllo del Nagorno Karabakh e l’esodo quasi totale della popolazione armena della regione nel 2023. Una ferita ancora apertissima, che difficilmente poteva essere affrontata con toni così netti senza provocare amarezza e indignazione visto che in quelle terre gli armeni hanno vissuto fin dall'antichità e che è stata ceduta all'Azerbaijan temporaneamente da Stalin, senza sentire la popolazione e con l'intenzione di definire la questione in una conferenza di pace che non si è mai tenuta.
Pashinyan ha sostenuto che gli armeni non avessero realmente costruito uno Stato nel Karabakh e che il territorio non potesse essere considerato “proprio”. Una riflessione che sembra voler chiudere definitivamente la stagione del nazionalismo legato all’Artsakh, ma che rischia anche di essere percepita come una delegittimazione di anni di storia armena nella regione.
Dal punto di vista del diritto internazionale, il Nagorno Karabakh è sempre stato riconosciuto come parte dell’Azerbaijan, anche durante i decenni di controllo armeno successivi alla prima guerra degli anni Novanta. Tuttavia, la questione non è mai stata solo giuridica. Per gli armeni il Karabakh rappresentava una presenza storica, culturale e religiosa secolare, fatta di monasteri, villaggi, tradizioni e comunità radicate nel territorio molto prima dell’epoca sovietica.
Ed è proprio qui che le parole del premier rischiano di produrre l’effetto più traumatico: perché una parte consistente dell’opinione pubblica armena può accettare con dolore la realtà geopolitica, ma fatica ad accettare che venga messo in discussione il legame storico ed emotivo con quella terra.
Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan ha lasciato dietro di sé distruzioni, pulizie etniche, espulsioni forzate e profonde ferite da entrambe le parti. Dopo la guerra del 2020 e l’offensiva azera del 2023, sostenuta anche dalla superiorità tecnologica dei droni turchi, il controllo del Karabakh è tornato completamente a Baku. In seguito, quasi tutta la popolazione armena della regione ha abbandonato le proprie case rifugiandosi in Armenia.
Le parole di Pashinyan sembrano inserirsi nella sua linea politica di normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaijan e di ridefinizione dell’identità strategica armena. Ma in un Paese ancora segnato dalla sconfitta e dal trauma dell’esodo, certe affermazioni difficilmente possono lasciare indifferenti. Per molti armeni, infatti, il Karabakh non era soltanto una questione territoriale ma era una parte della propria memoria collettiva.



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