Libano-Israele - Negoziati a Roma fra mille difficoltà
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Talal Khrais - Si è aperto a Roma, sotto l’egida di Washington, il settimo round di colloqui fra le delegazioni israeliana e libanese, la quale per altro chiedono che sia l’Italia a fare da garante, nonostante le diffidenze di carattere politico e religioso.
Gli analisti internazionali stimano che i negoziati potrebbero portare alla decisione di creare una zona-pilota che garantisca una condizione di cessate-il-fuoco, sebbene le difficoltà siano evidenti, a causa della continua evoluzione della situazione sul terreno, e l’insistenza di Tel Aviv a non abbandonare il territorio conquistato, che considera “zona di sicurezza”.
Secondo rivelazioni di fonti informate libanesi, i colloqui si stanno svolgendo in una fase molto più delicata delle precedenti, per la situazione attuale nel Libano meridionale, in particolare per i bombardamenti, le demolizioni e la distruzione di proprietà, praticati da Israele.
La nostra fonte ha indicato che Roma non sarà solo un altro ciclo di negoziati, ma una prova della capacità di giungere a un cessate-il-fuoco stabile, perché qualsiasi progresso politico di sicurezza rimarrà fragile se non accompagnato da una tangibile riduzione del livello di violazioni e dalla cessazione di pratiche che complicano il compito di consolidare la calma.

Dalla presidenza libanese, altri fonti confermano che l’obiettivo immediato di Beirut è il consolidamento della tregua, requisito fondamentale per procedere a qualunque negoziato.
Nel frattempo, Washington si adopera per mantenere aperto il canale negoziale, per raggiungere una formula di sicurezza che garantisca stabilità su entrambi i lati del confine.
Sul tavolo, fra le questioni in discussione a Roma, la designazione della seconda area pilota in cui l'esercito libanese potrà entrare, nell'ambito dell'espansione dello schieramento e del ruolo nel sud del Paese, ce si scontra con gli sviluppi sul campo. Le continue demolizioni, i bombardamenti e le reciproche violazioni rendono difficile una transizione agevole da una fase all'altra, soprattutto perché qualsiasi accordo di sicurezza richiede un contesto operativo stabile che consenta all'esercito libanese di svolgere i compiti assegnati.
Ovviamente, da parte israeliana l’insistenza nel denunciare le presunte violazioni da parte di Hezbollah, presentato come il maggiore pericolo per il raggiungimento di una pace stabile. Argomento che è affrontato di pari passo dalla parte libanese, soprattutto da Hezbollah, con la denuncia delle violazioni israeliane. In discussione anche i timori di Tel Aviv in merito agli armamenti e all’arsenale che Hezbollah avrebbe ancora a disposizione.
Rimane comunque il fatto che un cessate-il-fuoco deve essere basato sul contenimento, perché i negoziati non si trasformino in un confronto-sfida. E di certo consolidare il cessate-il-fuoco dovrà essere basato su una attenta analisi delle motivazioni che hanno portato alla attuale condizione, stabilendo meccanismi trasparenti per il monitoraggio, quindi avviare la graduale ma costante transizione verso condizioni di reciproca sicurezza.

Da considerare il ruolo degli Stati Uniti, che vogliono essere parte in causa ma non sul campo, nonché il ruolo dell’Italia, presente in Libano dal 1978 con la prima missione Unifil, e quindi adatta al ruolo di mediatore.
In questo contesto, è ancora troppo presto per parlare di concludere l'attuale fase sperimentale o di passare rapidamente a nuove fasi, poiché il processo richiede tempo e il verificarsi di una serie di condizioni politiche e sul campo.
Saranno necessari mesi per verificare se sia possibile passare alla fase successiva, considerando anche la situazione interna di Israele, che si avvia ad affrontare le elezioni. Situazione che potrebbe influenzare non poco l'approccio del governo di Tel Aviv alla questione libanese, e l’attuazione del processo decisionale relativo al confine settentrionale.
Altro elemento, la situazione regionale in rapporto a quella libanese e. di riflesso, la situazione altalenante determinata dalla guerra in Iran, soprattutto considerando i timori che un'eventuale escalation tra Iran e Israele possa estendersi, e il fatto che anche Parigi, Ankara, Riyadh e altri Paesi, guardino con particolare attenzione ai colloqui di Roma, il cui esito rimane incerto, mentre gli avvertimenti occidentali ai propri cittadini in Libano e nella regione continuano, a testimonianza di una crescente preoccupazione per una eventuale escalation, tenendo presente le intenzioni di Hezbollah, che potrebbe impegnarsi in una ripresa del confronto a sostegno dell'Iran, con conseguenze negative per lo stesso Libano.

Il successo di questo ciclo di colloqui non si misurerà unicamente in base alle dichiarazioni o agli accordi che ne emergeranno, ma piuttosto in base alla sua capacità di ridurre le tensioni sul terreno, consolidare il cessate il fuoco, creare le condizioni concrete per un maggiore dispiegamento dell'esercito libanese e aprire la strada a una fase di sicurezza più stabile.
Da parte sua, il Ministro dell'Agricoltura Nizar Hani ha affermato che gli obiettivi del Libano nei negoziati sono chiari: porre fine alle ostilità e alle distruzioni e ottenere il ritiro di Israele dal territorio libanese. Tuttavia, ha riconosciuto che tali obiettivi non sono ancora stati raggiunti sul campo. Ha inoltre espresso la speranza che Hezbollah non si impegni in un nuovo scontro qualora le tensioni tra Stati Uniti e Iran dovessero intensificarsi, avvertendo che ciò porterebbe a ulteriore spargimento di sangue, distruzione e impoverimento delle risorse del Libano. Nel frattempo, i funzionari del Movimento Amal e di Hezbollah hanno ribadito il loro rifiuto dell'accordo quadro e dell'attuale processo negoziale, e questo di certo non è un segnale positivo.
Il deputato Ali Hassan Khalil, membro del blocco Sviluppo e Liberazione, ha dichiarato l'accordo "decaduto" finché Israele continuerà l'occupazione dei villaggi e le sue uccisioni e distruzioni. A sua volta, il deputato Hussein Hajj Hassan, membro del blocco Hezbollah, ha affermato che il partito non consegnerà le armi, e che l'"accordo quadro" subordina il ritiro e la ricostruzione al disarmo della resistenza e alla verifica israeliana di tale disarmo, il che è inaccettabile per il partito. Ha aggiunto: "Né voi né gli eserciti con cui minacciate siete in grado di disarmare la resistenza, e noi non vi consegneremo le nostre armi. Qualsiasi esercito che venga nel nostro Paese con la missione di disarmare la resistenza è un esercito occupante". Ha inoltre appoggiato la posizione del Presidente del Parlamento Nabih Berri, il quale ha affermato che "l'accordo quadro è nato morto e Israele lo ha seppellito.




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