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Roma: Conferenza stampa presso l'Ambasciata dello Stato di Palestina

  • 14 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Paola Angelini - Assadakah News

 

S.E. l’Ambasciatrice di Palestina, Mona Abuamara
S.E. l’Ambasciatrice di Palestina, Mona Abuamara

In occasione delle Olimpiadi Invernali, è stata organizzata una conferenza stampa in Ambasciata (giovedì 12 febbraio 2025) per raccontare cosa sia lo sport in Palestina sotto l’occupazione. In sala la maggior parte dei media italiani e internazionali. Presenti S.E. Mona Abuamara, Ambasciatrice di Palestina, Jibril Rayoub, Presidente del Comitato Olimpico Palestinese e della Federazione Calcio Palestinese, Dima Yousef Mahmoud Said, Portavoce della Federazione Calcio Palestinese, Ehab Abu Jazar, allenatore della Nazionale maschile di calcio palestinese, Charlotte Phillips, atleta della Nazionale femminile di calcio palestinese, e Valerie Tarazi, ex nuotatrice olimpica della Palestina. L’interprete, Hatem Abed.

Avvia la conferenza stampa S.E. l’Ambasciatrice di Palestina, Mona Abuamara, con parole toccanti: “Chiediamo ai media di mostrare la verità senza scuse per l’oppressore. In Palestina lo sport non è un settore autonomo della vita civile, ma uno dei primi bersagli dell’occupazione”. Sottolineando che lo sport non è stato risparmiato dalla “distruzione sistematica” che ha colpito il popolo palestinese in tutte le sue forme. La causa palestinese non è una guerra religiosa, è una rivendicazione dei diritti contro l’occupazione, indipendentemente dalla religione dell’oppresso e dell’oppressore.

Jibril Rayoub, Presidente del Comitato Olimpico Palestinese
Jibril Rayoub, Presidente del Comitato Olimpico Palestinese

L’incontro ha avuto l’intento di porre la comunità sportiva internazionale di fronte alle proprie responsabilità, in merito alla sistematica presa di mira degli atleti palestinesi.

Jibril Rjoub, Tenente Generale, presidente del Comitato Olimpico Palestinese e della Federazione calcistica, sceglie la frase: “Lo sport non ha nulla a che vedere con la politica. È la politica che deve essere gestita con i valori e lo spirito dello sport”. Sembra una richiesta logica, perché se lo sport si fonda su regole comuni, allora quelle regole devono valere per tutti.

Jibril Rjoub parla di un governo israeliano che “non riconosce la nostra esistenza”, e dice che colpire lo sport palestinese è “il primo punto della loro agenda”. Vuol dire “bloccare attività, impedire trasferte, spezzare i movimenti tra Gaza e Cisgiordania, rendere la partecipazione internazionale un percorso a ostacoli”.

Poi, dichiara di voler parlare soltanto dello sport a Gaza. Le strutture sportive sono state “i primi obiettivi, 289 centri sportivi, incluso lo stadio di Yarmouk, tutto reso inutilizzabile per qualunque disciplina”. E aggiunge: “alcune strutture sarebbero state utilizzate come campi di concentramento e centri di detenzione”.

Il Tenente Generale Rjoub continua dicendo che il governo cinese ha inviato una lettera annunciando la donazione di quasi 1.000 metri quadrati di erba sintetica per costruire campi destinati a bambini e adolescenti, “come quello di Aida”. E aggiunge che il Ministro israeliano ha bloccato la donazione con un diniego formale. Interviene su un altro punto: il campionato nazionale è fermo per la terza stagione consecutiva, le attività paralizzate, “gli spostamenti continuamente ostacolati”.

La normalità sportiva non è interrotta, è sospesa a tempo indeterminato. “Se gli israeliani vedono un palestinese ridere, lo considerano una provocazione. A noi è vietato sentirci felici”.

Il Tenente Generale Rjoub rivela che la Federazione calcistica israeliana viola le norme FIFA. Gli impianti sportivi della Striscia sono stati in grandissima parte danneggiati o distrutti, dal 7 ottobre si contano un totale di 42 strutture tra palestre, sale d’allenamento, campi e stadi rasi al suolo, mentre sette sono state distrutte in Cisgiordania. Lo sport in Palestina sotto l’occupazione israeliana è costantemente segnato da restrizioni, distruzione di infrastrutture, limitazioni alla libertà di movimento dirette contro atleti e strutture sportive. Nonostante ciò, lo sport viene praticato e vissuto dai palestinesi come una forma di resistenza, un modo per affermare la propria identità e un simbolo di tenacia.

Lo sport è cultura, inclusione e futuro, “le associazioni trasmettono da generazioni valori come rispetto, lealtà e spirito di squadra. A tutte loro va la nostra gratitudine per quanto hanno costruito e per ciò che continueranno a rappresentare per Roma. In questo percorso non vi è sconfitta, semmai una delle più grandi vittorie nella storia dello sport palestinese, una vittoria di identità, resistenza, libertà e orgoglio nazionale. L’occupazione, le restrizioni di movimento e il genocidio in corso rendono impossibile ospitare competizioni di qualsiasi livello. Senza considerare il fatto che a oggi la quasi totalità delle infrastrutture sportive è stata rasa al suolo”.

Valerie Tarazi
Valerie Tarazi

Alla conferenza ha partecipato anche la nuotatrice olimpica Valerie Tarazi, che ha rappresentato la Palestina alle Olimpiadi di Parigi 2024. Nonostante la sua adesione allo spirito olimpico, ha affermato che “gli atleti non dovrebbero essere accolti con fischi”, e ha condannato fermamente la negazione del diritto fondamentale dei palestinesi a praticare sport. Tarazi ha aggiunto: “Praticare sport è parte integrante dei diritti umani, un diritto negato a ogni atleta in Palestina oggi”.

dottor Ehab Abu Lab
dottor Ehab Abu Lab

È poi intervenuto brevemente il capitano della squadra nazionale palestinese, il dottor Ehab Abu Lab: “Nel campo modesto si allenano ragazzi, per loro è l’unico sfogo, per i ragazzi del campo di giorno e di notte c’è attività, perché è l’unico sfogo”. L’ultima frase prima della chiusura al suo intervento è stata: “questo campo modesto, con illuminazioni modeste funziona 24 ore, ci sono dei ragazzi che vanno, ragazze che entrano come se giocassero alla Coppa del Mondo. La provocazione è che noi siamo ostacolati di sentirci felici”.

Questo “campo modesto” si trova su un terreno appartenente alla Chiesa cattolica.

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