Un grido in un secondo: a Konya vince l’umanità

Alessandra Ragazzi - Quante sono state, nella storia del calcio, le partite interrotte e sospese a un secondo dalla fine? Questo è quello che è successo nello stadio metropolitano di Medas, dove, la squadra turca Konyaspor ha ospitato la Nazionale Palestinese. La partita conclusa in una sospensione e rinvio è stata un’amichevole, con la quale però, il club turco, che milita nella massima competizione turca ha voluto mandare un messaggio di pace ben preciso e diretto, dimostrando anche sostegno e solidarietà alla comunità palestinese.
Prima del fischio d’inizio della partita, e ancor prima degli schieramenti in campo delle squadre, sono stati proprio i tifosi turchi ad occuparsi di addobbare e allestire lo stadio, calcolando ogni coreografia nel momento più adatto della competizione. La gara è stata organizzata sulla base dello slogan “casa nostra, casa vostra”, non semplici parole, ma una vera e propria dichiarazione di accoglienza e fratellanza. I seggiolini dello stadio hanno ospitato bandiere turche e palestinesi che, sventolando assieme nel corso della partita hanno contribuito a creare un’atmosfera magica. La coreografia del centrocampo era estremamente semplice ma, allo stesso momento così carica di significato: una colomba gigante, il cui significato di pace è stato rimarcato ancora di più, dal volo di 42 colombe, simbolo di libertà.

Oltre quelli appena descritti, numerosi sono stati i momenti suggestivi si sono susseguiti nel corso della serata, non solo grazie ai tifosi ma soprattutto anche grazie ai giocatori, i quali, durante il riscaldamento hanno indossato magliette con su scritto “la Palestina è una questione umanitaria, siamo con il popolo palestinese”, passando poi sotto gli spalti a salutare i tifosi.
Nella discesa in campo, i bambini che accompagnavano i calciatori, erano giovani di Gaza ospitati nella città di Konya. Una volta eseguiti poi i rispettivi inni nazionali, i giocatori si sono scambiati le sciarpe in segno di fratellanza e comunanza.
Lo stadio di Konya, con capacità massima di 40.000 spettatori, nella sera del 30 settembre è rimasto quasi del tutto pieno, mantenendo simbolicamente vuoto il settore ospiti. In questa quasi pienezza sono stati i tifosi a riempire gli spazi vuoti con delle coreografie mozzafiato.
La prima, issata durante gli inni, sotto la scritta “il silenzio è per quando i bambini dormono, non quando muoiono”, denuncia il completo silenzio e la completa mancanza di presa di posizione da parte di gran parte dell’opinione politica e del settore mediatico, settore a cui è dedicata la seconda coreografia: i volti di noti giornalisti mancati sul suolo palestinese; al centro tra le figure risulta la reporter di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa nel 2022 mentre lavorava in Cisgiordania. Le immagini dei reporter erano accompagnate dalla scritta “il giornalismo non è un crimine”.

Oltre alle coreografie, altro momento estremamente simbolico si è manifestato al minuto 10:41 della competizione, lo stadio intero si è fermato: i giocatori hanno arrestato la palla, le luci si sono spente e per 90 secondi, lo stadio è piombato nell’oscurità in ricordo dei 1041 atleti che hanno perso la vita in Palestina; questo momento di raccoglimento è stato accompagnato dalla proiezione sul tabellone dei nomi dei bambini rimasti vittime degli attacchi israeliani e dal lancio in campo di centinaia di peluche, destinati ai bambini palestinesi.

In questa cornice di umanità e protesta, anche il calcio giocato ha avuto il suo momento. La partita si apre con un vantaggio imminente dei padroni di casa che vedono Melih İbrahimoğlu segnare il gol dell’1-0 al 2’ con una riposta arrivata dopo appena dieci minuti da parte del palestinese Mohammed Hasn Rajab Sandouqa che firma sia il pareggio che il gol che permette un sorpasso e il vantaggio palestinese, sarà però Mustafa Mohamed a trasportare i turchi al pareggio fino 89esimo minuto e 59 secondi, attimo in cui la partita è stata fermata e rinviata prima del triplice fischio e sul tabellone è comparsa la scritta “la gara non viene considerata realmente conclusa, ma rinviata fino a quando sarà possibile completarla in Palestina”.
Quel secondo mancante è la metafora di qualcosa di più grande, di qualcosa che deve ancora compiersi con la promessa di tornare ad indossare gli scarpini e riempire le gradinate su un altro territorio diverso da quello turco. Questo messaggio, accompagnato al grandissimo lavoro coreografico dei tifosi turchi, dimostra ancora una volta, quanto lo sport e chi lo vive al 100% possano essere dei punti cardine fondamentali nell’influenza e provocazione dell’opinione pubblica e politica, e quanto l’entità dei tifosi e degli ultras, per quanto criticati, siano fondamentali nel dare una voce e un sostegno a chi non può esprimersi con i propri mezzi oppure non viene ascoltato.





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