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Egitto: riaffiorano una città bizantina e 18 tombe antiche

  • 13 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Letizia Leonardi (Assadakah News) - Il deserto egiziano continua a restituire testimonianze straordinarie del suo passato. Negli ultimi giorni, due importanti scoperte archeologiche annunciate dal Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano hanno acceso l'interesse della comunità scientifica internazionale. C'è infatti stato il ritrovamento di un'estesa città bizantina nell'Oasi di Dakhla, rimasta sepolta dalla sabbia per oltre sedici secoli e la scoperta di diciotto nuove tombe di epoca tolemaica e romana nell'antica Marina el-Alamein, identificata con la storica Leukaspis.

Due siti molto diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di offrire nuove informazioni sulla vita quotidiana, sulle credenze religiose e sull'organizzazione sociale dell'Egitto tra l'età ellenistica e quella bizantina.

Il primo ritrovamento arriva dal sito di Ain Al-Sabil, nell'Oasi di Dakhla, nel governatorato della Nuova Valle. Qui gli archeologi del Consiglio Supremo delle Antichità hanno riportato alla luce un vasto insediamento risalente tra il IV e il V secolo d.C., quando l'Egitto faceva parte dell'Impero Bizantino.

L'urbanistica della città rivela una pianificazione accurata: ampie strade orientate lungo gli assi nord-sud e est-ovest delimitavano quartieri residenziali e spazi pubblici, segno di un'amministrazione efficiente e di una comunità ben organizzata.

Al centro dell'abitato domina una grande basilica cristiana del IV secolo, probabilmente il principale luogo di culto dell'insediamento. Ai margini della città sono state individuate due torri di avvistamento e una struttura fortificata che controllavano gli accessi all'oasi, confermandone il ruolo strategico lungo le vie carovaniere che collegavano la Valle del Nilo con il Sahara.

Intorno alla basilica sono emerse abitazioni costruite in mattoni. Alcune hanno restituito elementi particolarmente interessanti: una apparteneva a un diacono chiamato Tisous (o Tisos, secondo diverse letture delle iscrizioni), mentre un'altra era probabilmente la casa di Tabibos e potrebbe aver ospitato una delle prime chiese domestiche della comunità cristiana, prima della costruzione dell'edificio religioso principale.

Le abitazioni conservano numerose testimonianze della vita quotidiana: forni per il pane, cucine, impianti per la macinazione del grano e ambienti destinati alle attività produttive mostrano una popolazione stabile, autosufficiente e capace di prosperare in un ambiente estremamente difficile.

Tra i reperti più preziosi figurano monete d'oro coniate durante il regno dell'imperatore Costanzo II (337-361 d.C.) e numerose monete di bronzo con l'effigie di imperatori bizantini, fondamentali per definire la cronologia dell'insediamento e il suo ruolo nei commerci dell'epoca. Ma il ritrovamento forse più significativo è rappresentato da circa duecento ostraka, frammenti di ceramica utilizzati come supporto per la scrittura e conservatisi in condizioni eccezionali.

Le iscrizioni, redatte in copto e in greco, contengono contratti commerciali, registrazioni economiche, documenti amministrativi e perfino corrispondenza privata. Un patrimonio documentario di enorme valore che permette agli studiosi di ricostruire non soltanto gli edifici della città, ma anche i rapporti economici, sociali e familiari di chi vi abitò oltre 1.600 anni fa.

Secondo gli archeologi, soltanto una parte dell'antico centro urbano è stata finora esplorata e le future campagne di scavo potrebbero portare alla luce nuovi edifici pubblici e ulteriori documenti.

A circa settecento chilometri di distanza, lungo la costa mediterranea, un'altra missione archeologica ha riportato alla luce diciotto tombe finora sconosciute nel sito di Marina el-Alamein, l'antica Leukaspis, città portuale ricordata anche dal geografo Strabone. La scoperta porta a quarantaquattro il numero complessivo delle tombe individuate dal 1986, quando l'antico insediamento fu identificato durante lavori edilizi.

Gli archeologi hanno individuato undici tombe scavate nella roccia, alcune profonde fino a otto metri, e sette costruite in superficie con blocchi di calcare. Diverse camere funerarie erano ancora sigillate dalle lastre originali, circostanza che ha consentito di recuperare reperti perfettamente conservati e preziose informazioni sui rituali funerari.

Le indagini hanno inoltre individuato numerose sepolture superficiali e persino un antico pozzo successivamente trasformato in luogo di sepoltura, testimonianza della continuità delle pratiche funerarie durante il dominio greco e romano.

Tra i reperti più spettacolari spicca un imponente sarcofago di granito lungo circa due metri e mezzo, rinvenuto ancora chiuso con il suo coperchio originale. All'interno sono stati trovati resti scheletrici che saranno ora sottoposti ad approfondite analisi antropologiche.

Nella stessa area sono stati recuperati frammenti di una statua in gesso probabilmente raffigurante Arpocrate, divinità egizia associata al silenzio e alla giovinezza, a conferma della persistenza delle tradizioni religiose egizie anche durante l'età ellenistica e romana.

Di particolare interesse sono i ventiquattro amuleti funerari in oro a forma di lingua, le cosiddette "lingue d'oro". Secondo le credenze funerarie dell'epoca, questi sottili inserti metallici venivano collocati nella bocca del defunto affinché potesse parlare davanti agli dèi nell'aldilà.

Tra gli oggetti rinvenuti compare anche un amuleto raffigurante l'Occhio di Horus, simbolo di protezione, guarigione e rinascita, tra i più importanti dell'antica religione egizia.

Pur appartenendo a periodi storici differenti, i due ritrovamenti offrono un quadro sempre più ricco dell'evoluzione dell'Egitto nei secoli successivi all'età faraonica.

La città di Ain Al-Sabil documenta la diffusione del cristianesimo e la vita di una comunità bizantina perfettamente integrata nelle reti economiche dell'Impero, mentre le tombe di Marina el-Alamein testimoniano il dialogo tra cultura egizia, greca e romana, mostrando come tradizioni religiose e pratiche funerarie abbiano continuato a convivere e trasformarsi nel corso dei secoli.

Ancora una volta il deserto egiziano dimostra di custodire un patrimonio archeologico capace non solo di sorprendere per la ricchezza dei reperti, ma anche di restituire un'immagine sempre più concreta delle persone che vissero queste terre migliaia di anni fa.

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