I cristiani in Oriente: cittadini a pieno titolo, non ospiti della storia

✍🏻 Wael Al-Mawla – Scrittore e giornalista
La presenza cristiana in Medio Oriente non è soltanto una vicenda religiosa che affonda le radici in un passato lontano, né un patrimonio storico da rievocare nelle occasioni commemorative. È parte integrante dell’identità della regione, della formazione delle sue società e del loro percorso di civiltà. Da questa terra sono nate grandi tradizioni spirituali, si sono incontrate culture e sono convissute tradizioni diverse. I suoi popoli, cristiani e musulmani, hanno contribuito insieme a costruire una civiltà che ha lasciato un’impronta profonda nella storia del mondo.
Nel Levante, in particolare, intellettuali, pensatori e giornalisti cristiani hanno svolto un ruolo di primo piano nella Nahda, il Rinascimento arabo moderno, attraverso il giornalismo, la stampa, l’istruzione, la traduzione e la letteratura. Un percorso arricchito anche dal contributo significativo di esponenti delle altre componenti della società. Quella rinascita non fu il progetto di una sola comunità, ma il risultato di un fecondo dialogo intellettuale e sociale, nel quale la diversità divenne una fonte di ricchezza e creatività.

Oggi, tuttavia, questa presenza deve affrontare sfide sempre più complesse, alimentate dalle guerre, dalle crisi economiche, dall’emigrazione e dalla riduzione delle opportunità di lavoro, oltre che dalle preoccupazioni legate alla sicurezza, alla libertà e al futuro. Le conseguenze di questi fenomeni non riguardano soltanto i cristiani, ma investono le società nel loro insieme, private progressivamente di competenze ed energie e sempre meno fiduciose nella possibilità di costruire una vita dignitosa nei propri Paesi.
La gravità di questa tendenza non risiede soltanto nella diminuzione numerica delle comunità cristiane, ma anche nel rischio di un impoverimento della pluralità culturale e umana che ha caratterizzato la regione nel corso dei secoli. Quando un medico, un insegnante, un ingegnere o uno scrittore lascia la propria terra, la perdita va ben oltre la sua appartenenza religiosa: riguarda conoscenze, esperienze, relazioni e capacità indispensabili allo sviluppo collettivo.
Per questo, tutelare la presenza cristiana non può ridursi a un richiamo emotivo o alla nostalgia per il passato. Deve diventare una responsabilità nazionale e tradursi in un progetto concreto. Occorrono Stati capaci di proteggere tutti i cittadini attraverso la legge, garantire la libertà di coscienza e di culto, contrastare la discriminazione e l’incitamento all’odio e assicurare opportunità di lavoro e pari diritti di partecipazione alla vita pubblica.
Una società che rispetta le proprie minoranze e tutela la dignità di chi è diverso rafforza anche la propria capacità di resistere all’estremismo e alla chiusura. La vera tolleranza, infatti, non è una concessione della maggioranza, ma l’espressione della maturità dello Stato e della società, nonché della consapevolezza che i diritti sono indivisibili e che la cittadinanza non può dipendere dalla religione o dall’appartenenza confessionale.

Oggi i nostri Paesi hanno bisogno di tutti i loro cittadini. È necessario trasformare la diversità, troppo spesso presentata nei discorsi politici come una fonte di preoccupazione, in una risorsa per la vita economica, culturale e sociale. I cristiani non sono ospiti nella storia dell’Oriente, così come i musulmani non sono estranei alla sua civiltà condivisa: sono tutti protagonisti di un passato costruito insieme e di un futuro che non può trovare equilibrio nell’esclusione di nessuno.
Le patrie non si misurano dalla scarsità delle differenze tra i loro cittadini, ma dalla capacità di trasformarle in uno spazio di libertà, integrazione e solidarietà. Quando ogni persona sente che il proprio Paese è anche la sua casa, restarvi diventa una scelta serena e consapevole, non una lotta quotidiana per difendere la propria sicurezza e la propria dignità.



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