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I Curdi dimenticati

  • 17 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Paola Angelini

 


E pensare che i Curdi, un tempo, erano i nostri eroi. Mentre a Kobane resistevano al Califfato, li abbiamo celebrati come difensori dell’Occidente, come combattenti per la libertà. La vera sfida, ora, sarebbe offrir loro uno spazio di riconoscimento e di pace.

La questione interessa quattro Stati, alcuni tormentati da guerre civili, ma assume un valore simbolico e politico perché è uno dei temi più complessi del Medio Oriente, dove si intrecciano storia, politica, diritto e geopolitica, valori demografici e sociali.

I Curdi sono un gruppo etnico, linguistico di origine iranica, distinto dagli Arabi, dai Turchi e dai Persiani, originario della regione del Kurdistan, un vasto altopiano montuoso situato tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. La popolazione stimata è tra i 35 e i 45 milioni.

Spesso definiti come la più grande nazione al mondo senza uno Stato proprio, vivono in un'area suddivisa principalmente tra la Turchia, dove sono concentrati a Sud-est, l’Iraq, dove sono raccolti nel Nord e godono di un'autonomia regionale, la Repubblica Islamica dell’Iran, nelle regioni occidentali, e infine la Siria, soprattutto a Nord-Nord-est del Rojava (un'area instabile, minacciata regolarmente dagli sconfinamenti e dagli attacchi dell'esercito turco, che contrasta fortemente le milizie curde siriane).

Le trasformazioni di confine causate in Medio Oriente, in seguito alla prima guerra mondiale, dal dissolversi degli imperi e dalla creazione degli stati nazionali, hanno determinato l’attuale situazione geopolitica, che vede strategicamente importante la regione denominata Kurdistan, regione ricca di risorse, petrolio e acqua, ma divisa in quattro diversi stati, cioè Turchia, Iraq, Repubblica Islamica dell’Iran e Siria.

In questo contesto, il popolo curdo rappresenta la più grande delle minoranze a cui viene negato il diritto ad avere un proprio Stato, oltre a essere stata ed essere, tuttora, vittima di consistenti violazioni, non solo di diritti delle minoranze, ma anche di diritti umani. Non è possibile immaginare una stabilizzazione della regione, una pace duratura nel Medio Oriente, se prima non ci si occupa del passato tormentato, dei problemi presenti e delle aspirazioni future dei Curdi.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Sèvres (1920) aveva promesso loro uno Stato indipendente. Il successivo Trattato di Losanna (1923), però, annullò questa promessa, dividendo il popolo tra i confini di Turchia, Iraq, Siria e Iran, dove hanno spesso subito repressioni e negazioni della propria identità culturale.

Su questo sfondo, l’obiettivo primario dei Curdi è sempre stato soltanto quello di vivere in pace, e invece sono stati costretti a lottare per la sopravvivenza e per affermare i propri diritti. Solo il Kurdistan iracheno gode, con alcune difficoltà, di una relativa indipendenza ottenuta dopo le persecuzioni degli anni '80 e '90. In una fase storica complessa, arriva poi la Costituzione irachena, che nel 2005 riconosce la Regione autonoma del Kurdistan; successivamente, nel 2017, l’esito del referendum sull’indipendenza è del 93% di voti favorevoli, ma senza il riconoscimento internazionale.

In questo complesso scacchiere, potranno i Curdi realizzare, un giorno, il sogno di un’indipendenza da sempre desiderata?

In quest’epoca contrassegnata da crescenti tensioni geopolitiche e frammentazioni globali, la diplomazia, l’impegno culturale e il dialogo dovrebbero dare il giusto risalto alla vicenda del popolo curdo.

L’argomento non va ignorato, o dimenticato come una crisi risolta. Al contrario, le sue ripercussioni permangono e le ferite restano aperte.

Sono le stesse terre che, per centinaia di anni, poeti, musicisti e artisti curdi hanno cantato.

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