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L' algoritmo della distrazione

  • 3 feb
  • Tempo di lettura: 3 min


Issam Al-Halabi (Assadakah News)


Gli algoritmi della distrazione: Epstein in primo piano… e la Palestina fuori dall’algoritmo


Come può un post raggiungerci senza hashtag, senza menzioni e senza alcuna conoscenza previa del suo autore?


È una domanda posta con chiarezza dal dottor Ramzi Awad in un intervento pubblicato sulla sua pagina, nel quale ha richiamato l’attenzione sulla diffusione massiccia e anomala dei file legati a Jeffrey Epstein, comparsi tra i contenuti suggeriti a persone che non seguono gli autori né hanno interagito in precedenza con quel tipo di materiale. Per Awad, non si tratta di una coincidenza digitale, ma del risultato di una gestione algoritmica consapevole, capace di controllare il flusso dei contenuti e di orientare l’attenzione dell’opinione pubblica verso temi specifici, in un momento ben preciso.

Questa lettura coincide con un’impressione sempre più diffusa: la riproposizione del caso Epstein e delle vicende che coinvolgono la sua cerchia di politici e celebrità va oltre la semplice denuncia morale. La vera domanda non è cosa abbia fatto Epstein, ma perché il suo caso viene rilanciato ora, con una tale intensità e su scala globale.

Gli algoritmi, contrariamente all’immagine di neutralità promossa dalle grandi piattaforme, non funzionano come uno specchio degli interessi degli utenti, ma come uno strumento di orientamento “soft”, basato sulla selezione, sulla ripetizione e sulla saturazione. Non impongono un’opinione in modo diretto, ma riorganizzano le priorità della coscienza collettiva, trasformando alcune questioni in “temi di opinione pubblica” e relegandone altre ai margini.

La distrazione come strumento politico

Quando i media digitali sono governati dagli algoritmi, diventano parte integrante degli strumenti del conflitto politico. La distrazione non è un effetto casuale, ma una strategia utilizzata nei momenti di grande trasformazione, attraverso l’inondazione dello spazio pubblico con contenuti scioccanti, emotivi e sensazionali, capaci di assorbire l’attenzione senza mettere realmente in discussione gli equilibri politici esistenti.

In questo preciso momento storico, è impossibile separare il ritorno mediatico del caso Epstein da quanto sta accadendo in Palestina. Mentre l’aggressione continua e si consolidano fatti politici e militari destinati a definire il futuro prossimo, la questione palestinese arretra progressivamente nelle priorità delle grandi piattaforme. Non solo attraverso la censura esplicita, ma anche tramite una saturazione deliberata di contenuti alternativi che ne indeboliscono la presenza.


La Palestina fuori dall’algoritmo


La Palestina non è completamente assente dalle piattaforme digitali, ma è stata spinta fuori dal centro dell’attenzione. L’algoritmo non elimina necessariamente i contenuti palestinesi, ma ne svuota l’impatto inserendoli in un rumore di fondo programmato, privilegiando materiali più rapidi da consumare e politicamente meno costosi.

Così, massacri, assedi e fame diventano notizie fugaci, mentre vecchi scandali vengono amplificati perché non mettono in imbarazzo l’ordine internazionale né sollevano interrogativi seri su responsabilità e accountability.


La tensione USAIran e il ruolo di Israele


Accanto alla Palestina, si intensifica una crisi regionale estremamente delicata tra Iran e Stati Uniti, con un ruolo israeliano centrale nella gestione dell’escalation, attraverso operazioni non dichiarate, guerra di intelligence e pressione politica continua. Una crisi destinata a complicarsi ulteriormente, se non addirittura a esplodere, e che tuttavia non riceve uno spazio mediatico proporzionato alla sua pericolosità nel panorama digitale globale.

Ancora una volta, la distrazione appare come una funzione autonoma. Più l’opinione pubblica viene assorbita dagli scandali del passato, meno attenzione resta per i conflitti del presente e per le trasformazioni in corso, i cui costi futuri ricadranno sui popoli della regione.


Chi decide cosa vediamo?


Le grandi piattaforme digitali non sono più semplici aziende tecnologiche, ma attori politici non eletti, dotati di un potere senza precedenti nel modellare la percezione collettiva. Ciò che ci raggiunge “per caso” è in realtà il risultato di una decisione algoritmica consapevole, che stabilisce cosa portare in primo piano e cosa lasciare nell’ombra.

Qui emerge con forza il quesito sollevato dal dottor Ramzi Awad: se questo contenuto ci ha raggiunto nonostante non conoscessimo i suoi autori, allora la sua diffusione è parte del problema, non un dettaglio tecnico marginale.

Non siamo di fronte a un rumore digitale innocente, ma a una gestione sistematica dell’attenzione. Il rilancio del caso Epstein in questo momento non è separabile da un contesto internazionale e regionale estremamente sensibile, in cui gli algoritmi contribuiscono a ridefinire ciò su cui dobbiamo concentrarci e ciò che, invece, viene spinto ai margini.

La consapevolezza oggi non nasce solo da ciò che leggiamo, ma da una domanda fondamentale:

perché veniamo spinti a leggere proprio questo, proprio adesso?

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