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La guerra della narrazione… quando il giornalista diventa obiettivo e i fatti vittime.

  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

✍🏻 Wael Al Mawla – Scrittore e Giornalista

 

Il giornalista nelle guerre moderne non è più solo un testimone, ma spesso diventa un obiettivo diretto. Se la storia dei conflitti è piena di vittime tra gli operatori dei media, ciò che accade nelle guerre odierne, in particolare a Gaza e in Libano, rappresenta un cambiamento pericoloso nel modo in cui si tratta il giornalismo: la telecamera non è più solo uno strumento di trasmissione, ma si trasforma in un’arma nella guerra della narrazione.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, una delle guerre più sanguinose della storia, circa 69 giornalisti persero la vita secondo dati documentati. Nonostante la guerra abbia coinvolto interi continenti e milioni di morti, il giornalista raramente era un bersaglio diretto, cadendo principalmente durante l’accompagnamento delle truppe o a causa di bombardamenti o incidenti. Nelle guerre moderne, lo scenario è cambiato completamente. Negli ultimi anni, in particolare dalla guerra di Gaza del 2023, più di 200 giornalisti sono stati uccisi dai colpi dell’esercito israeliano secondo stime di organizzazioni internazionali, principalmente giornalisti palestinesi, oltre a giornalisti libanesi durante i conflitti precedenti e attuali, affrontando rischi enormi durante la copertura sul campo.

 

In questo contesto, prendere di mira il giornalista diventa parte della lotta sulla narrazione e della documentazione delle violazioni, perché la telecamera che mostra la distruzione, il microfono che trasmette la voce delle vittime e il reportage che rivela la realtà si trasformano in strumenti pericolosi agli occhi di chi conduce la guerra.

 

Colpire i giornalisti riflette in gran parte il dolore israeliano nella guerra della narrazione, poiché la perdita di un’immagine può essere talvolta più pericolosa della perdita sul campo. Un’unica immagine può cambiare l’opinione pubblica mondiale, isolare uno Stato, avviare indagini internazionali e trasformare una vittoria militare in una sconfitta politica. Perciò, silenziare la telecamera diventa parte della battaglia, e il giornalista in alcune guerre è un bersaglio perché vede, racconta e testimonia.

 

La morte di un giornalista non significa solo la perdita di una persona, ma anche la scomparsa di un testimone, di una narrazione e di una verità. Quando un giornalista cade, può seppellire con sé immagini mai pubblicate, storie mai raccontate e testimonianze che avrebbero potuto cambiare la comprensione globale degli eventi.

In tempi di guerra, le persone possono morire due volte: quando i loro corpi vengono colpiti e quando nessuno racconta la loro storia.

La domanda cruciale resta: quando agirà la comunità internazionale per prevenire che Israele e altri commettano questi crimini contro i giornalisti?

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