Le bugie hanno le gambe corte: quando l'occupazione accusa le sue vittime di terrorismo
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Issam Al-Halabi (Assadakah News)
Ancora una volta, i media dell'occupazione israeliana (Israele in Arabo) cercano di rilanciare una vecchia narrazione sotto una nuova veste, attaccando i sussidi destinati alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri palestinesi e presentandoli come un sostegno al terrorismo. Una narrazione che ignora deliberatamente la domanda più importante: chi è responsabile delle tragedie umane vissute da migliaia di famiglie palestinesi?
Quando i media israeliani parlano di "terroristi", spesso si riferiscono a persone uccise dall'esercito israeliano, ferite in modo permanente o arrestate nel corso di decenni di occupazione, guerre e aggressioni continue. Ignorano il fatto che tra queste vittime vi siano bambini, donne, anziani e civili che non avevano alcun ruolo in attività militari, ma che si sono ritrovati sotto il fuoco delle armi, sotto le macerie delle loro case o costretti alla fuga e alla fame.
Il vero problema non sono le famiglie che ricevono un sostegno per poter sopravvivere dopo aver perso un figlio, un marito o la principale fonte di reddito. Il vero problema è l'occupazione che ha generato questa tragedia fin dall'inizio. Senza guerre, incursioni, assedi e uccisioni quotidiane, non esisterebbero migliaia di famiglie bisognose di assistenza.
Come può l'occupazione parlare di terrorismo mentre il mondo continua a vedere le immagini dei bambini uccisi sotto le macerie di Gaza? Come può arrogarsi il diritto di impartire lezioni morali mentre le sue forze militari continuano a colpire civili, abitazioni, ospedali, scuole e centri di accoglienza?
In Cisgiordania, la realtà è sotto gli occhi di tutti. Coloni armati attaccano regolarmente villaggi e città palestinesi, incendiano terreni agricoli, abitazioni e veicoli, e aggrediscono i residenti sotto la protezione dell'esercito israeliano o nel silenzio delle autorità. Questi fatti non appartengono più soltanto alla narrazione palestinese: sono stati documentati da organizzazioni per i diritti umani e da numerosi media internazionali.
A Gaza la tragedia ha superato ogni capacità di descrizione. Intere città sono state devastate, famiglie cancellate dai registri civili, decine di migliaia di persone uccise o ferite a causa dei bombardamenti, dell'assedio e della fame. Eppure, nonostante tutto questo, i media dell'occupazione continuano a parlare di "terrorismo", come se la vittima fosse responsabile del crimine commesso contro di essa.
Il palestinese che ha perso un figlio, una moglie, un padre o un fratello a causa dei bombardamenti israeliani non ha bisogno che qualcuno gli spieghi il significato del terrorismo. Lo vede ogni giorno negli aerei che sorvolano il cielo sopra la sua testa, nei posti di blocco che limitano la sua libertà di movimento, negli insediamenti che sottraggono la sua terra e nelle carceri che ospitano migliaia di prigionieri palestinesi.
Ancora più grave è il tentativo costante di criminalizzare la vittima e privarla della sua umanità. Ogni palestinese ucciso diventa, nella narrativa dell'occupazione, un terrorista; ogni ferito un sospetto; ogni prigioniero un colpevole già condannato. Al contrario, i soldati che uccidono civili, i coloni che attaccano villaggi e i responsabili che ordinano bombardamenti e distruzioni vengono presentati come persone che agiscono per difendersi.
Sostenere le famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri non significa sostenere il terrorismo, come sostengono i media dell'occupazione. Significa assumersi una responsabilità sociale e umana nei confronti di famiglie che hanno perso i propri cari o il proprio sostentamento a causa di una realtà imposta dall'occupazione stessa. Non si può chiedere a queste famiglie di sopportare da sole il peso del dolore, della distruzione e della perdita.
Per anni Israele ha cercato di monopolizzare la narrazione, ma non può più monopolizzare la verità. Il mondo vede ogni giorno le immagini delle vittime, delle distruzioni e delle sofferenze e sa perfettamente chi possiede aerei da guerra, carri armati e missili e chi, invece, vive sotto occupazione e assedio.
Per questo il problema non sono gli aiuti destinati alle famiglie dei martiri e dei feriti, ma il permanere dell'occupazione stessa. Finché l'occupazione continuerà, continueranno anche le tragedie e continueranno ad esserci famiglie costrette a pagarne il prezzo.
I tentativi dei media dell'occupazione israeliana (Israele in Arabo) di capovolgere la realtà e trasformare la vittima in colpevole non cambieranno i fatti. Le bugie hanno le gambe corte e la verità trova sempre la strada per emergere. La storia, alla fine, non ricorda ciò che i potenti hanno detto di sé stessi, ma ricorda chi è stato privato della propria terra, chi ha perso i propri figli e chi ha continuato a resistere in nome della libertà, della dignità e della giustizia.




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