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Libano - Elias Hoyek, padre e patriarca del Paese dei Cedri

  • 2 ore fa
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Storia del beato patriarca maronita Elias Boutros Hoyek (1843-1931). Consolidò l'idea di un Libano in cui convivono confessioni religiose diverse.

“La santità non è un onore conferito dalla terra, bensì un dono che Dio concede a coloro che hanno vissuto il Vangelo con fedeltà fino alla fine”. Sono le parole pronunciate dal patriarca maronita Bechara Boutros Raï lo scorso 25 luglio a Dimane (diocesi di Batroun, Libano), durante la cerimonia di beatificazione del suo predecessore Elias Boutros Hoyek (1843-1931), presentato come una delle figure più luminose della storia del Libano.

La cerimonia era concelebrata dal patriarca Raï e dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi e rappresentante del Papa, dinanzi al Nunzio apostolico Paolo Borgia, a 33 vescovi maroniti, 200 sacerdoti e religiosi, 4 patriarchi e più di 6.000 fedeli provenienti da tutto il Libano. Erano presenti il presidente della Repubblica Joseph Aoun e le massime autorità civili e religiose di un Libano oggi ferito da un’infinita crisi politica, militare, economica e morale. Un Libano che, dalla metà degli anni Settanta, non conosce pace. È questo piccolo e fragile Paese, dalle dimensioni all’incirca del nostro Abruzzo, con confini più che permeabili agli eserciti di turno e alle centinaia di migliaia di profughi palestinesi e siriani che, di volta in volta, vi hanno trovato rifugio, che nella cittadina di Dimane si è raccolto in preghiera per rendere omaggio all’uomo di Dio e della Provvidenza, ma anche al visionario della nazione, all’uomo che per primo credette, come ha sottolineato il patriarca Raï, che il Libano era “una missione prima ancora che uno Stato” e che “riteneva che la persona umana fosse la sua ricchezza più preziosa”.

Speranza di ricostruire in Libano, diretta video Meeting Rimini 2026 | Tajani con Essayan, vescovo di Beirut. Ma chi era, e che cosa ha fatto il patriarca Hoyek per essere riconosciuto come padre del Libano moderno, travalicando nel suo operato i confini strettamente ecclesiali?

Patriarca dei poveri e degli oppressi

Il motto del patriarca Hoyek era: “Mio Dio, il tuo compiacimento”. Ogni sua scelta nasceva dalla preghiera, da una coscienza, ha detto il patriarca Raï, “illuminata dalla fede, fondata sulla rettitudine, sulla giustizia e sull’umiltà”. E in effetti era un uomo di preghiera, ma tutt’altro che fatalista: con la Provvidenza lui collaborava concretamente, entrando di schianto dentro ai problemi che la storia gli poneva. Lo si è visto nel 1916, durante la terribile carestia che aveva colpito il Libano in piena guerra mondiale, quando l’Impero ottomano, per concentrare tutti gli sforzi nella guerra, si disinteressò della popolazione libanese, tra l’altro sospettata di intelligenza col nemico occidentale.

Papa Leone XIV in Libano il 1 dicembre 2025 davanti alla tomba di San Charbel, monastero di San Marone
Papa Leone XIV in Libano il 1 dicembre 2025 davanti alla tomba di San Charbel, monastero di San Marone

Non dimentichiamo che solo un anno prima quell’Impero si macchiò del primo genocidio del Novecento perpetrato contro il popolo armeno, anch’esso cristiano e accusato di intelligenza col nemico russo. In quello stesso anno l’Impero fece un eccidio di molti libanesi, impiccati per presunti contatti col nemico. I “martiri del 6 maggio 1916” divennero il simbolo dell’aspirazione all’indipendenza del Libano e in loro onore venne eretto a Beirut il monumento in piazza dei Martiri, progettato dallo scultore italiano Marino Mazzacurati.

Dinanzi al pericolo della scomparsa di un intero popolo, il patriarca Hoyek aprì le sedi apostoliche di Dimane e Bkerké e i monasteri maroniti per soccorrere gli affamati, e giunse fino a ipotecare i beni del Patriarcato. Una vecchia fotografia ce lo mostra davanti a un banchetto, intento con i suoi collaboratori a distribuire pane al popolo. Qualcuno intorno a lui gli chiese come avrebbe risarcito quei sacrifici, e il patriarca rispose: “Dio provvederà”. Il popolo lo riconobbe subito come “il patriarca dei poveri e degli oppressi”.

Padre del “Grande Libano” moderno

Elias Hoyek, fondatore della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia Maronite, promotore dell’educazione, delle missioni e delle opere di misericordia, non si limitò però a fare opera di carità e a richiamare la Chiesa maronita alla vocazione evangelica.

Egli è ricordato anche per il ruolo che assunse alla fine della Grande guerra, quando la frantumazione dell’Impero ottomano aprì la strada agli appetiti neocoloniali delle grandi potenze europee, in primis Francia e Inghilterra, nel Medio Oriente. Hoyek capì che il Libano non poteva subire passivamente le spartizioni geopolitiche che si andavano ridisegnando alla Conferenza di Pace di Parigi.

Nel 1919 decise perciò di recarsi nella capitale francese per rappresentare il Libano alla Conferenza di pace di Versailles, perorando il diritto del suo popolo a uno Stato indipendente. A Parigi incontrò il primo ministro Georges Clemenceau, al quale chiese il recupero dei territori sottratti al Libano dall’Impero ottomano. Le potenze alleate si stavano infatti orientando a separare la parte musulmana da quella cristiana, per riconoscere ai cristiani maroniti una loro supremazia ristretta al Monte Libano e alle valli circostanti. Ma alcuni maroniti illuminati, di cui il patriarca si era fatto guida autorevole, avvertivano il rischio di uno strangolamento economico e di un’insignificanza politica, stretto com’era il Libano tra i potentati mediorientali.

Hoyek pensava in grande: l’originalissima esperienza di convivenza interreligiosa sperimentata nei secoli intorno al Monte Libano, nelle cui valli si erano via via insediate molteplici minoranze religiose perseguitate, dai drusi agli sciiti, dagli ebrei ai cristiani delle diverse confessioni orientali, poteva sopravvivere nel crogiolo mediorientale soltanto se il nuovo protettorato francese avesse demarcato dei confini più ampi, che collegassero l’economia cristiana e drusa della montagna con i mercanti sunniti della costa, passando per il porto di Beirut fino a Tripoli.

In definitiva, o il Libano diventava un “Grande Libano”, o sarebbe prima o poi scomparso. Il 1° settembre 1920, a Beirut, il generale Henri Gouraud proclamava solennemente la nascita del Grande Libano sotto il protettorato francese. Hoyek gli era accanto, legando indissolubilmente il suo nome alla nascita dello Stato libanese. La piena autonomia sarà guadagnata soltanto nel 1943, ma fu il primo passo del Libano moderno.

Una nuova architettura costituzionale

Il Grande Libano, nei confini che oggi conosciamo, era nato. Ma allora si poneva il problema di come far convivere in una casa comune le 18 comunità etnico-religiose che da secoli si erano trovate a condividere di fatto il medesimo territorio sotto l’Impero ottomano. Si arrivò così alla Costituzione del 1926, frutto di una riflessione teorica e pratica e di un profondo afflato morale: essa riconosceva piena dignità a tutte le comunità presenti sul territorio, fondata sul diritto trascendente della persona, fino alla piena libertà di coscienza.

La nuova Costituzione libanese del 1926 rifletteva in pieno una visione ispirata alle filosofie personaliste e poneva a proprio fondamento, come ha ricordato il patriarca Raï, “l’armonia nella diversità e la necessità di tutelare le identità e le peculiarità di tutte le componenti del Libano”. Una concezione che vedeva “il sistema confessionale come un sistema di partecipazione tra componenti differenti, unite dal patto di convivere pacificamente nell’armonia delle differenze, all’interno di uno Stato fondato su una democrazia consensuale”.

Il Libano dell’infinita crisi di questo primo quarto del XXI secolo è dinanzi a un bivio: o la scomparsa e la spartizione nella logica impazzita della terza guerra mondiale a pezzi, o una decisa ripresa creativa di speranza fattiva, per superare le logiche di spartizione, le appropriazioni indebite delle identità religiose, la corruzione dilagante, la sfiducia che porta troppi giovani ad abbandonare la terra dei padri. Per non scomparire, il Libano ha un compito e un messaggio, di cui è depositario da secoli e di cui figure illuminate come il patriarca Hoyek erano ben consapevoli.

È un messaggio di pluralismo, di rispetto del diverso, di dialogo tra le diverse comunità, di una convivenza che è ancora presente in tante forme di solidarietà tra la gente anche sotto i bombardamenti, di una convivenza che è chiamata a essere più di una semplice tolleranza: è la strada della convivialità.

Il Paese dei Cedri rappresenta un unicum in tutto il Medio Oriente, che neppure decenni di guerra sono riusciti a cancellare: nessuna religione può pretendere di imporsi sulle altre, riconoscendo che la cittadinanza non dipende da un’appartenenza religiosa, ma dalla dignità e dalla libertà della persona. Ben prima del Concilio Vaticano II, il beato patriarca Hoyek seppe cogliere nell’apertura all’altro e nella carità il germe di una nuova presenza profetica della Chiesa universale. (fonte: www.ilsussidiario.net)

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