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Libano-Israele: negoziati a Roma, si decide a Beirut, Aoun chiede una scadenza…

  • 15 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Agenzia Nova

 

Fonti vicine ai colloqui: senza un calendario chiaro per le zone pilota, il presidente libanese è pronto a interrompere il processo

Libano-Israele: negoziati a Roma, si decide a Beirut, Aoun chiede una scadenza per il ritiro dalle zone pilota Roma

Il negoziato più importante sul futuro del Libano meridionale non si svolge a Roma, davanti alle telecamere delle televisioni arabe e internazionali che da ieri seguono l’ingresso e l’uscita delle delegazioni dall’ambasciata degli Stati Uniti, in Via Veneto. Il confronto potenzialmente decisivo è in corso a Beirut, nella sede del ministero della Difesa a, Yarzeh, nella cintura istituzionale e diplomatica della capitale libanese, dove ufficiali statunitensi e rappresentanti delle Forze armate libanesi (Laf) stanno discutendo gli aspetti operativi del possibile ritiro israeliano dalle prime due “zone pilota”. È quanto apprende “Agenzia Nova” da fonti vicine al negoziato, secondo cui i due tavoli procedono parallelamente e sono collegati da un filo diretto con la presidenza della Repubblica libanese.

A Roma il confronto si svolge a livello politico-diplomatico, con funzionari civili e ambasciatori incaricati di definire la cornice del meccanismo, concordato il 26 giugno a Washington.

A Beirut, invece, si discute delle condizioni concrete necessarie per consentire il passaggio del controllo territoriale dalle forze israeliane all’esercito libanese. “Le immagini delle auto delle delegazioni che entrano ed escono dall’ambasciata americana attirano l’attenzione, ma il negoziato sostanziale è quello tra militari statunitensi e libanesi”, spiega la fonte. Le indicazioni impartite dal presidente Joseph Aoun sarebbero nette: senza una scadenza chiara per il ritiro delle forze israeliane dalle zone pilota e per il successivo ingresso delle Laf, Beirut non sarebbe disponibile a proseguire indefinitamente i colloqui.

I rappresentanti libanesi presenti a Roma, spiegano le fonti, riferiscono direttamente ai consiglieri militari della presidenza, che seguono in parallelo il confronto di Yarzeh. Al termine di questa fase toccherà ad Aoun decidere se esistano le condizioni per continuare il processo. Una scelta particolarmente delicata in vista della visita del presidente libanese a Washington, prevista il 21 luglio, quando dovrebbe incontrare il presidente statunitense, Donald Trump. Secondo la fonte, anche Israele è consapevole del tentativo delle istituzioni libanesi di estendere concretamente la sovranità dello Stato nel sud del Paese. Nelle ultime settimane le operazioni israeliane sarebbero diminuite d’intensità: gli attacchi continuano soprattutto quando vengono individuati trasferimenti di armi o mezzi attribuiti a Hezbollah, mentre sarebbe emersa la volontà di evitare nuovi bombardamenti su Beirut. Parallelamente, una parte degli sfollati ha cominciato a tornare nelle località meridionali, pur in un quadro di sicurezza ancora estremamente fragile.

Israele considera la persistente capacità militare di Hezbollah una minaccia strategica, ulteriormente aggravata dalla guerra aperta dal movimento sciita in sostegno al movimento islamista palestinese Hamas. Per Beirut, tuttavia, la posta in gioco è ancora più ampia: ricostruire uno Stato la cui sovranità è stata progressivamente erosa dalle guerre per procura, dalla presenza delle milizie e da un sistema politico-finanziario segnato da corruzione e collasso economico. Il Paese un tempo descritto come la “Svizzera del Medio Oriente” si è trasformato in uno dei principali terreni di scontro tra le potenze regionali, mentre migliaia di risparmiatori hanno visto dissolversi i propri depositi nella crisi bancaria. La società libanese resta profondamente divisa. Il timore e il risentimento verso Israele, alimentati da decenni di guerre e da quello che una parte consistente della popolazione considera un uso sproporzionato della forza, convivono con una crescente insofferenza verso Hezbollah e verso l’impiego del territorio libanese per interessi esterni.

Se Aoun riuscisse a ottenere il ritiro israeliano dalle prime zone e il dispiegamento dell’esercito, potrebbe conquistare un consenso molto più ampio attorno al progetto di ripristino della sovranità statale. Le aspettative, tuttavia, restano basse. “La popolazione è disperata e neppure molti esponenti politici libanesi credono davvero che questi negoziati possano riuscire”, osserva la fonte. Proprio per questo, più delle dichiarazioni positive diffuse al termine delle riunioni di Roma, sarà l’eventuale definizione a Beirut di una data per il primo ritiro israeliano, a stabilire se l’intesa di Washington possa trasformarsi in un processo reale o rimanere soltanto un accordo sulla carta.

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