Libano: tra catastrofe e vittoria proclamata
- 20 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Talal Khreis

Ogni volta che una delle tante guerre che il Libano ha sopportato giunge al termine, guerre peraltro che lo hanno trasformato dalla Svizzera d'Oriente in uno dei paesi più poveri, la stessa scena si ripete: distruzione diffusa, dolorose perdite umane e lo sfollamento di migliaia di famiglie... tutto accompagnato da un'alta retorica che proclama la "vittoria". Come se la realtà sul campo fosse una cosa e ciò che viene detto alla popolazione fosse tutt'altra.
Si possono calcolare circa una decina di guerre.
Come testimone non voglio essere di parte, ma non posso permettermi di essere sordo o cieco.
Questo paradosso non è un semplice dettaglio, è diventato parte di uno schema politico e mediatico ricorrente. Le forze impegnate in questi scontri si trovano di fronte a un difficile dilemma: non possono ammettere la sconfitta perché minaccia la loro immagine e la loro posizione nel contesto in cui operano, quindi la sostituiscono con una narrazione di "fermezza", che viene rapidamente tradotta in "vittoria". Pertanto, i risultati vengono ridefiniti per servire la narrazione, non per riflettere i fatti e le persone.
Ma dietro questa retorica, restano le domande più delicate: chi ha preso la decisione di entrare in guerra? È stata una decisione esclusivamente libanese, oppure, è emersa nel contesto di conflitti regionali più ampi, in cui il Libano viene utilizzato come arena per regolare i conti, in particolare a sostegno di politiche promosse da potenze esterne con i loro alleati in Libano?
Questa domanda non è banale, poiché è direttamente collegata al concetto di sovranità e al diritto all'autodeterminazione del popolo libanese.
Se questa strada si è rivelata così costosa, è forse giunto il momento di considerare un'opzione diversa?
Dovremmo averne abbastanza delle guerre! Dovremmo impegnarci di più per stabilire una tregua a lungo termine, sulla quale si possono costruire accordi chiari che possano delimitare i confini, che possano restituire i prigionieri e avvenga il ritiro completo di Israele dando la possibilità al Libano, di preservare i propri interessi impedendo una nuova deriva verso lo scontro.
Domande che diventano urgenti visto la soffocante realtà economica che il Paese sta vivendo.
Il Libano è gravato da una crisi finanziaria senza precedenti, quindi come potrà assicurarsi i fondi per la ricostruzione? E dove troveranno i finanziamenti? Possiamo essere certi che questo processo si svolgerà secondo regole trasparenti e responsabili, o verrà gestito come in passato, sciupando opportunità e aggravando le perdite?
Per quanto riguarda gli accordi del cessate il fuoco vengono, frequentemente, presentati in modo contraddittorio, cioè con ogni soggetto sceglie ciò che si adatta di più alla propria narrativa, mentre i dettagli concreti rimangono indeterminati oppure sono rimandati alla fase di attuazione. In questa zona grigia, prosperano le "false affermazioni", dove interi discorsi si costruiscono su frammenti di verità o interpretazioni che servono per l'agenda politica.
Questa discrepanza tra realtà e retorica ha un prezzo: accumula sfiducia, approfondisce le divisioni e ritarda qualsiasi discussione seria su come proteggere il Paese e sul come prevenire il ripetersi della tragedia.
La domanda è più difficile: si può raggiungere una vera pace civile senza responsabilità?
L'esperienza dimostra che ignorare le proprie responsabilità non protegge la stabilità, al contrario, rimanda l'esplosione. L'assunzione di responsabilità non è un invito alla vendetta, ma un prerequisito per prevenire il ripetersi di disastri e per ricostruire la fiducia tra lo Stato e la società.
In definitiva, nessun discorso per quanto eloquente, può cancellare la devastazione o alleviare la sofferenza delle persone. Solo i fatti, con il passare del tempo, risalteranno. E allora, la domanda non sarà più: chi ha vinto la battaglia retorica, ma chi ha pagato il prezzo... e se abbiamo imparato quanto basta per evitare di pagarlo di nuovo.
Riconoscere la verità è una virtù.
I numeri

La tragica situazione della comunità sciita in Libano.
6.200 morti ufficialmente registrati in Libano dal 2014, e il numero reale potrebbe superare gli 8.000 a causa dell'occultamento di tutte le vittime da parte di Hezbollah.
Sono stati ufficialmente segnalati 21.800 feriti, tra cui migliaia di persone disabili che hanno perso arti, la vista o subito altre lesioni.
230.000 unità abitative sono state completamente o parzialmente distrutte e si stima che altre 75.000 siano state completamente rase al suolo, senza lasciare traccia, senza contare la distruzione avvenuta a Bint Jbeil nelle ultime 24 ore.
Il valore stimato delle perdite dirette e indirette in Libano, dal 2024 è di 38 miliardi di dollari.
I settori sanitario e scolastico nel Libano meridionale, in alcune zone della valle della Bekaa e nella periferia meridionale di Beirut sono stati completamente distrutti.
Strade, ponti e infrastrutture, tra cui reti elettriche, idriche, di comunicazione, fognarie, di trasporto e centri commerciali, industriali e agricoli, hanno subito danni ingenti.
590.000 dunam di terreno agricolo sono stati bruciati con fosforo o rasi al suolo e deforestati, e il numero reale potrebbe essere ancora più alto.
Decine di migliaia di animali, soprattutto polli, mucche, pecore, quaglie e pesci, sono morti nelle fattorie.
76 città e villaggi sono stati distrutti, alcuni completamente rasi al suolo.
Israele ha occupato 580 chilometri quadrati del Libano meridionale, il 61% in più della Striscia di Gaza.
1,2 milioni di libanesi, siriani e palestinesi sono stati sfollati dal Libano meridionale, decine di migliaia dei quali costretti a dormire per strada.
I leader di Hezbollah e il loro leader nominato da Teheran, Naim Qassem, continuano a presentarsi davanti a noi, alzando il dito, minacciando e accusando di tradimento chiunque dica loro di smetterla con la loro stupidità e la loro sottomissione all'Iran.
Il risultato della vittoria:
Hezbollah non è riuscito a controllare un solo centimetro quadrato della Palestina occupata.
Nessun leader israeliano è stato ucciso.
Israele non ha ceduto a nessuna condizione imposta da Hezbollah o dal suo leader supremo, l'Iran.
Né il Libano né la Palestina hanno tratto alcun beneficio, in alcun modo, da quella che è stata definita la "guerra di sostegno".
Trentacinque anni di lavoro quotidiano del Consiglio del Sud in ogni villaggio e città del sud sono svaniti nel nulla, e ora bisogna ricominciare tutto da capo: ci sono ancora fondi?
Il denaro della popolazione, soprattutto degli sciiti, e dei loro risparmi è evaporato.
Eppure c'è ancora qualche persona ingenua che crede che l'"asse della resistenza" abbia trionfato.
Purtroppo, la resistenza ha trasformato gli sciiti in una classe di sfollati, prima godevano una vita dignitosa.




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