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Memorie di un armeno della diaspora

4 mar 2022
Tempo di lettura: 1 min

Cesar Balaban (Assadakah Roma News) - A sedici anni ero un ragazzo meno fortunato dei miei coetanei occidentali sessantottini. Ero nato ad Aleppo da genitori armeni sopravvissuti al genocidio dei turchi-curdi.

Ero un armeno e i miei mi inculcavano l’idea di difendere la mia armenità per onorare il sacrificio di un milione di morti.

Volevo avere una patria, ma la mia patria non esisteva più.

Volevo diventare un vero siriano per avere una patria, pertanto ero diventato un soldato che combatteva una guerra non sua.

Non potevo essere un vero siriano perché non ero di etnia Araba; ma era meglio di niente.

Ammiravo le nazioni democratiche occidentali, ma ero perplesso per la loro politica imperialistica.

Ammiravo la dottrina socialista, ma detestavo il regime nella Repubblica Sovietica Armena.

Invidiavo i miei coetanei occidentali che manifestavano, mentre io ero costretto a fare presenza in manifestazioni decise dal regime.

Ero di una famiglia benestante; ho avuto un’educazione in un collegio americano privato ad Aleppo. Ero destinato ad andare negli USA per l’università, ma “la Guerra dei Sei Giorni” me lo aveva impedito. Per i miei pigmalioni americani ero oramai un nemico, forse terrorista.

L'Italia mi ha ospitato per l’università e con qualche titubanza mi ha dato la cittadinanza. Una cittadinanza in prestito, ero diventato un italiano acquisito.

Anche allora sapevo che la patria, le nazioni erano convenzioni create dall’uomo, ma sapevo anche che erano utili per vivere meglio.






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