OCCHIELLO-Assisi

DIALOGO INTERRELIGIOSO
Assadakah News
Da Assisi al mondo: l’amicizia come nuova strada per la pace
Nella città di san Francesco nasce un’esperienza immersiva che unisce arte, tecnologia, preghiera e spiritualità. Sei tradizioni religiose si incontrano in un percorso che invita a superare la paura dell’altro e a trasformare la conoscenza in relazione.
Assisi – Italia
C’è un momento, ad Assisi, in cui il rumore lascia spazio al silenzio. Le immagini si fermano, le voci si allontanano e ciò che rimane è una domanda, semplice e insieme radicale: che cosa posso fare io per la pace?
È forse questo il punto più alto della visita con il Rabbino Alon Gotten-Gottestein, Direttore della Global House of Friendship and Hope – Casa dell'Amicizia e della Speranza, Creating a Home for Interreligious Encounter and Understanding, un progetto che nasce nella città di san Francesco con l’ambizione di portare il dialogo tra le religioni fuori dalle sole sale dei convegni e dentro un’esperienza capace di coinvolgere la persona.
Qui il dialogo non viene soltanto raccontato.
Si ascolta.
Si guarda.
Si attraversa.
E, in alcuni momenti, si vive.
La visita di una delegazione di giornalisti accreditati presso la Santa Sede, il 7 ottobre, ha offerto l’occasione per conoscere il progetto nel contesto dell’ottavo centenario della morte di San Francesco.
Una casa, non soltanto un museo
Fin dall’ingresso, la Casa Globale suggerisce che il percorso non sarà quello di un museo tradizionale.

Ci sono materiali informativi, una biblioteca, pannelli introduttivi. Ma, passo dopo passo, la dimensione espositiva lascia spazio a quella esperienziale.
La storia di Assisi diventa il punto di partenza di un viaggio che conduce attraverso la figura di San Francesco, l’incontro tra le religioni, il significato dell’amicizia, la preghiera e la testimonianza spirituale.
La domanda che accompagna il visitatore è una delle più urgenti del nostro tempo: come possiamo vivere le nostre differenze senza trasformarle in muri?
La risposta proposta dal progetto passa attraverso una parola antica e allo stesso tempo sorprendentemente attuale: amicizia.
Assisi, la città dell’incontro
Non poteva esserci luogo più significativo.
Assisi porta nella propria memoria una lunga storia di dialogo e di ricerca della pace.
Il nome di San Francesco è legato all’incontro con il sultano al-Malik al-Kamil, episodio che nei secoli è diventato un simbolo della possibilità di incontrare l’altro anche in tempi segnati dal conflitto.
Quella memoria è stata rilanciata in epoca contemporanea da San Giovanni Paolo II, che nel 1986 convocò ad Assisi la Giornata mondiale di preghiera per la pace, riunendo rappresentanti di diverse tradizioni religiose.
Da allora, Assisi è rimasta uno dei luoghi più riconoscibili del dialogo interreligioso.
La Casa Globale prova oggi a raccogliere questa eredità e a tradurla nel linguaggio del presente.
Lo Spirito di Assisi
Una delle prime tappe è dedicata allo “Spirito di Assisi”.
Al centro c’è San Francesco, ma non soltanto come figura storica.
Il suo incontro con il sultano diventa una chiave per interrogare il presente.
In un mondo nel quale le differenze religiose vengono ancora troppo spesso utilizzate per alimentare paura e contrapposizione, la figura di Francesco ricorda che incontrare l’altro è possibile anche quando non si condividono la stessa fede, la stessa cultura o la stessa visione del mondo.
Il dialogo, dunque, non nasce dall’assenza delle differenze.
Nasce dalla capacità di attraversarle.
Fare amicizia: il dialogo che diventa relazione
Il passaggio successivo è dedicato al tema “Making Friends – Fare amicizia”.
Qui la parola dialogo acquista un significato concreto.
Non si tratta soltanto di mettere persone diverse attorno allo stesso tavolo.
Si tratta di creare una relazione.
Le testimonianze di leader e rappresentanti religiosi riflettono sul significato dell’amicizia tra persone appartenenti a tradizioni differenti.
Conoscere l’altro significa ascoltarlo, comprenderne la storia, rispettarne l’identità.
E soprattutto smettere di considerarlo semplicemente come “l’altro”.
Perché quando nasce una relazione, la distanza cambia.
Dalla paura alla conoscenza
La Dichiarazione di amicizia interreligiosa, collegata al progetto, parte da una constatazione: paura, indifferenza, odio e polarizzazione rendono più fragile la convivenza.
La proposta è quella di costruire una cultura diversa, fondata sulla conoscenza reciproca, sul rispetto e sulla solidarietà.
Non si chiede alle religioni di diventare uguali.
Non si chiede alle persone di rinunciare alla propria identità.
Al contrario, l’identità viene riconosciuta come parte essenziale dell’incontro.
L’obiettivo è imparare a vivere le differenze senza trasformarle in motivo di esclusione.
L’amicizia come responsabilità
Per questo l’amicizia non viene presentata come un sentimento astratto.
È una responsabilità.
Leader religiosi, educatori e comunità sono invitati a promuovere occasioni concrete di incontro, programmi educativi e iniziative capaci di favorire una conoscenza più profonda delle altre tradizioni.
Conoscere meglio la propria fede dovrebbe andare di pari passo con la capacità di comprendere quella degli altri.
È un passaggio importante: l’identità non viene indebolita dalla conoscenza dell’altro; può diventare più consapevole.
Quando l’altro diventa una voce
La parte dedicata a “Prayers in Hope – Preghiere nella speranza” porta il visitatore ancora più vicino alla dimensione spirituale.
Qui le religioni non vengono semplicemente spiegate.
Vengono ascoltate.
Voci, preghiere, gesti e suoni appartenenti a diverse tradizioni creano uno spazio nel quale il visitatore può entrare in contatto con la dimensione spirituale dell’altro.
È un cambio di prospettiva.
L’altro non è più una fotografia, un testo o una definizione.
È una voce.
E una voce, prima ancora di essere interpretata, chiede di essere ascoltata.
Sei tradizioni, una pluralità di voci
La grande esperienza immersiva riunisce elementi legati a sei tradizioni religiose: cristianesimo, islam, ebraismo, induismo, buddhismo e sikhismo.
Le differenze non vengono nascoste.
Sono presenti nelle lingue, nei ritmi, nella musica, nei testi e nelle forme della preghiera.
Ma tutte queste espressioni vengono collocate in un unico spazio.
Non per cancellare le differenze, ma per permettere un incontro.
La pace, la misericordia, la speranza, la compassione e la ricerca di una trasformazione interiore diventano così temi capaci di attraversare confini culturali e religiosi.
La voce araba

In questo mosaico, la lingua araba occupa un posto particolare.
La “Preghiera della Luce” viene recitata in arabo e porta nella Casa Globale la voce della tradizione islamica.
Per un visitatore proveniente dal mondo arabo, questo elemento assume un significato particolare.
Non è una semplice traduzione.
È una lingua viva, una lingua di preghiera, una lingua che porta con sé una storia spirituale e culturale millenaria.
Accanto all’arabo risuonano altre lingue: l’italiano, l’ebraico, il sanscrito e altre espressioni linguistiche legate alle diverse tradizioni.
La pluralità diventa così parte integrante dell’esperienza.
“An Instrument of Your Peace”
Il cuore della visita arriva con “An Instrument of Your Peace – Strumento della tua pace”, opera immersiva dell’artista italiano Massimiliano Siccardi.
Lo spazio si trasforma.
Le immagini scorrono.
Le voci arrivano da diverse direzioni.
La musica si intreccia con la preghiera.
Il visitatore non osserva più semplicemente un’opera: vi entra dentro.
Al centro risuona la celebre invocazione attribuita a san Francesco:
“Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace”.
Ma la preghiera francescana non rimane sola.
Accanto ad essa emergono testi e voci provenienti da altre tradizioni religiose.
Il risultato è un paesaggio sonoro e visivo nel quale le differenze non scompaiono, ma possono incontrarsi.
La tecnologia come linguaggio dell’incontro
La tecnologia, in questo contesto, non è soltanto un elemento spettacolare.
Diventa uno strumento per avvicinare.
Le immagini, i suoni e la musica creano una condizione nella quale il visitatore è chiamato a partecipare.
Non soltanto a guardare.
Non soltanto a capire.
Ma a fermarsi.
Ad ascoltare.
A lasciarsi interrogare.
È questa forse la differenza più significativa tra un’esposizione tradizionale e un’esperienza immersiva: il messaggio non rimane davanti agli occhi, ma cerca di entrare nella memoria e nella sensibilità di chi lo attraversa.
Il silenzio dopo le voci
Dopo la forza delle immagini e dei suoni arriva il silenzio.

Il “Giardino dei Santi” offre uno spazio di pausa, contemplazione e preghiera.
È una scelta significativa.
Perché il dialogo non è fatto soltanto di parole.
C’è un momento in cui bisogna smettere di parlare e lasciare spazio all’ascolto.
Forse anche questo è uno dei messaggi di Assisi: per incontrare davvero l’altro, bisogna imparare a fare spazio.
Una responsabilità condivisa per la casa comune
La Casa Globale amplia inoltre il concetto di amicizia fino a comprendere la relazione con la Terra.
Se il pianeta è la casa comune, la sua tutela diventa una responsabilità condivisa.
Le diverse tradizioni religiose possono incontrarsi anche su questo terreno, mettendo in comune riflessioni e valori legati alla cura, alla responsabilità e alla protezione del creato.
L’amicizia, dunque, non riguarda soltanto le persone.
Riguarda anche il mondo che condividiamo.
Un ponte tra Assisi e il mondo arabo
Il rapporto con il mondo arabo rappresenta uno degli aspetti più significativi di questa esperienza.
Il ricordo dell’incontro tra san Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil rende Assisi un luogo particolarmente simbolico nel rapporto tra cristianesimo e islam.
Otto secoli dopo, quella memoria può assumere un significato nuovo.
Non come celebrazione nostalgica del passato, ma come invito a costruire nuove relazioni nel presente.
La presenza della lingua araba e della preghiera islamica all’interno dell’esperienza contribuisce a rendere questo legame concreto e visibile.
Dalla memoria al futuro
La sfida della Casa Globale è, in fondo, quella di non trasformare Assisi in un monumento alla memoria.
La città può essere anche un laboratorio per il futuro.
Un luogo nel quale chiedersi come costruire relazioni più mature tra persone appartenenti a tradizioni differenti.
Il progetto guarda così oltre l’esperienza attuale, con l’ambizione di sviluppare uno spazio più ampio dedicato alla spiritualità, alla preghiera, all’educazione e al dialogo interreligioso.
L’amicizia non è soltanto un mezzo
C’è infine un’idea che attraversa l’intero progetto: l’amicizia non è soltanto uno strumento per arrivare alla pace. È già una forma di pace.
Un amico ha un volto.
Ha una storia.
Ha una voce.
Quando l’altro diventa una persona conosciuta, ascoltata e rispettata, diventa più difficile ridurlo a uno stereotipo.
E forse proprio qui si trova uno dei passaggi più importanti del progetto.
La pace non comincia necessariamente dai grandi accordi.
Può cominciare da una relazione.
Da un incontro.
Da una domanda.
Da un gesto.
Dalla paura alla speranza
Alla fine del percorso, rimane una sorta di filo invisibile:
dalla paura alla conoscenza, dalla conoscenza alla comprensione, dalla comprensione al rispetto, dal rispetto all’amicizia, dall’amicizia alla collaborazione e dalla collaborazione alla speranza.
È una strada lunga.
Ma è una strada possibile.
E Assisi, con la sua storia, sembra ancora una volta il luogo naturale nel quale porre questa domanda.
“Fa’ di me uno strumento della tua pace”
Quando le immagini si spengono e le voci si fanno più lontane, rimane una domanda personale:
Che cosa posso fare io per la pace?
È qui che la preghiera attribuita a san Francesco acquista una forza particolare.
Essere strumento di pace significa scegliere la conoscenza al posto della paura, l’ascolto al posto del pregiudizio, la solidarietà al posto dell’indifferenza.
Significa comprendere che non è necessario essere uguali per vivere insieme.
E che non è necessario cancellare le differenze per diventare amici.

Da Assisi, città della memoria, della preghiera e dell’incontro, la Casa Globale dell’Amicizia e della Speranza lancia così una proposta che guarda oltre i confini religiosi e culturali:
Imparare a conoscere l’altro, ascoltarlo, rispettarlo e, forse, diventare suoi amici.
Perché la pace, prima di essere un accordo tra istituzioni, può essere una relazione tra persone.
E forse l’amicizia è uno dei luoghi più concreti nei quali la speranza può cominciare.




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