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Olimpiadi invernali: protesta azera sul brano “Artsakh”

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Letizia Leonardi (Assadakah News) - Non bastava aver cancellato l’Artsakh dalla geografia politica con la forza. Ora l’Azerbaijan pretende di cancellarlo anche dai tabelloni olimpici. È questo, in sostanza, il senso della vicenda che nelle ultime ore ha scatenato indignazione nella comunità armena e ha portato AssoArmeni Roma-Lazio a inviare una lettera aperta al Comitato Olimpico Internazionale.

Il caso riguarda la coppia armena di pattinaggio artistico Karina Akopova e Nikita Rakhmanin, che nel proprio programma corto utilizza un brano del compositore Ara Gevorgyan intitolato “Artsakh”. Un titolo che per gli armeni non è propaganda: è memoria, identità, storia. Ma per Baku è un bersaglio.

Il Comitato Olimpico Nazionale dell’Azerbaijan ha protestato formalmente sostenendo che il titolo “Artsakh”, nome armeno del Nagorno-Karabakh, avrebbe una connotazione politica e “separatista”. Da qui la richiesta: eliminare quel nome dal contesto olimpico, invocando il principio di neutralità della Carta Olimpica.

Il risultato è stato un compromesso che, però, ha il sapore amaro della resa simbolica. La coppia armena è stata autorizzata a esibirsi con la stessa musica, ma nei documenti ufficiali e nei record olimpici il brano non viene più indicato col suo titolo. Al suo posto compare una formula neutra e asettica: “Musica di Ara Gevorgyan”.

Una scelta che formalmente viene presentata come prudenza e neutralità, ma che di fatto produce il messaggio chiarissimo che si può pattinare, ma non si può nominare. Come se la parola “Artsakh” fosse di per sé un atto proibito.

Ed è qui che la vicenda assume un significato che va ben oltre lo sport. Perché l’Azerbaijan non si limita a rivendicare sul piano politico e militare ciò che ha già ottenuto con la forza: continua a spingere per una cancellazione totale, anche culturale, anche linguistica, anche simbolica. Non basta aver preso la terra: si pretende che il mondo smetta perfino di pronunciarne il nome armeno.

Nella lettera inviata al Comitato Olimpico, AssoArmeni Roma-Lazio riconosce l’obiettivo dichiarato delle istituzioni sportive: mantenere gli eventi estranei alle controversie politiche. Tuttavia, osserva con lucidità che decisioni come questa rischiano di ottenere l’effetto opposto. Non separano sport e politica, ma diventano esse stesse un atto politico.

L’associazione chiede inoltre che i criteri adottati siano trasparenti, coerenti e applicati in modo uniforme, sollevando una questione di fondo: se domani qualcuno contestasse un brano intitolato “Milano”, verrebbe cancellato? E cosa accadrebbe con titoli legati a territori contesi, come “Gerusalemme” o “Donetsk”? La neutralità, se è vera neutralità, non può funzionare a geometria variabile.

C’è poi un punto che in questa storia pesa come un macigno: per gli armeni, Artsakh non è un capriccio terminologico, ma un riferimento storico e culturale profondo. La rimozione del nome dagli archivi ufficiali non viene vissuta come un dettaglio burocratico, ma come una forma di negazione identitaria.

Il Comitato Olimpico e l’International Skating Union hanno probabilmente pensato di spegnere un incendio. Ma così facendo rischiano di alimentare un precedente pericoloso: quello per cui basta la pressione di uno Stato per far sparire un nome scomodo dai documenti ufficiali.

E se questo passa alle Olimpiadi, allora passa ovunque.

Perché qui non si sta parlando di un titolo musicale. Si sta parlando di un popolo che, dopo aver perso la propria terra sotto gli occhi del mondo, vede adesso qualcuno provare a cancellare anche la parola che la ricorda. Perché alla fine il punto è che l’Azerbaijan non si accontenta di aver vinto sul campo della forza. Vuole vincere anche sul campo della memoria. Vuole che gli armeni non abbiano più una terra, e nemmeno un nome da pronunciare.

E quando un’istituzione olimpica accetta di cancellare una parola per “non creare problemi”, non sta difendendo la neutralità ma sta semplicemente dicendo che, davanti alla pressione del più aggressivo, la verità può essere riscritta.

Oggi hanno tolto “Artsakh” da un tabellone. Domani cosa si cancella? Un popolo intero?

(Foto MassisPost)

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