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Per non dimenticare il 4 agosto 2020: la strage degli innocenti a Beirut

30 lug 2021
Tempo di lettura: 3 min



ANN - Talal Khrais e Letizia Leonardi - Il 4 agosto del 2020 è stato un giorno infausto per il Libano: una violenta esplosione nel porto di Beirut ha provocato 207 vittime, circa 7000 feriti e ha lasciato quasi 2/3 della popolazione senza tetto. Si avvicina questo triste anniversario e in Libano e gli amanti del Paese dei Cedri sparsi in tutto il mondo si preparano a ricordare la strage degli innocenti avvenuta a Beirut lo scorso anno, non solo per commemorare le vittime ma per chiedere giustizia, una giustizia ancora lontana perché i veri responsabili della strage sono rimasti impuniti e protetti da un Parlamento che si rifiuta di togliere l’immunità parlamentare a deputati e ministri sotto accusa.



L’ESPLOSIONE DI BEIRUT

Circa 2750 tonnellate di nitrato d'ammonio che erano state lasciate, senza alcuna precauzione, in una nave confiscata nel 2014 e abbandonata del porto della capitale libanese ha provocato, alle 18,00 circa, una delle esplosioni più terrificanti che siano mai avvenute nella storia, non solo di questo Paese ma del mondo intero. Oltre la metà del centro storico di una delle più belle e antiche città in medio oriente, culla della cultura, è stata spazzata via in pochi secondi. La terza più potente esplosione del mondo ha portato ulteriore dolore in un momento in cui il Paese dei Cedri vive momenti drammatici a causa della crisi economica, aggravata anche da questo disastro dello scorso anno.

A tutto ciò si aggiunge la sofferenza psicologica di figli che hanno perso i loro padri e madri che hanno perso i figli. Subito dopo l’esplosione ci siamo recati a Beirut per capire e raccontare la drammatica situazione, le tante storie di fame, disperazione e sofferenza nel Libano.

I libanesi e tutto il mondo libero ricordano ancora, dopo un anno dall’esplosione al porto di Beirut, questa terribile tragedia.

La sofferenza continua mentre chi governa il Paese è completamente assente e non è assolutamente in grado di dire nulla a quelle persone che hanno perso tutto nell'esplosione, che hanno perso le loro case, i loro cari, le loro cose. Una classe politica corrotta non è in grado di dire niente ai genitori che si rimproverano di aver fatto morire la propria figlia o il proprio figlio perché, quando potevano averne la possibilità, non hanno permesso loro di lasciare il Libano. E i bambini sono rimasti tanto traumatizzati che impediscono ai loro genitori di uscire di casa per paura di non vederli più tornare.

Si tratta di tante tristi storie di sofferenza.

Solo grazie al volontariato e alla solidarietà internazionale la gente è stata molto aiutata. Squadre di primo intervento di migliaia di giovani continuano da un anno alleviare la sofferenza della gente.

La nave da dove è partita l'esplosione, che custodiva questo pericolosissimo carico, era la

Rhosus ed era da sei anni ferma nel porto senza alcuna vigilanza. Nonostante la trasmissione inefficiente delle onde d'urto, l'esplosione è stata rilevata come un evento sismico di magnitudo 3,3 dalla United States Geological Survey. L'esplosione, secondo le stime, ha avuto effetti equivalenti alla detonazione di circa 1200 tonnellate di TNT.

L'imbarcazione, come ha ricostruito pochi giorni dopo l’incidente il New York Times, era partita dalla Georgia ed era diretta in Mozambico, dove avrebbe dovuto consegnare il nitrato di ammonio ordinato dalla banca nazionale locale per conto della Fábrica de Explosivos de Moçambique che si occupa di esplosivi industriali per miniere ed edilizia. Successivamente sono emerse anche altre ipotesi sull'utilizzazione di tale carico ma non ci sono state delle conferme da fonti attendibili.

L’armatore della nave si chiamava Igor Grechushkin, un ricco uomo d’affari russo, che però dopo la partenza comunicò al capitano che non aveva abbastanza soldi per attraversare il canale di Suez. Gli disse quindi di fermarsi a Beirut, dove avrebbe dovuto caricare altro materiale che avrebbe consentito di raccogliere la somma necessaria per il pedaggio. Questo però non accadde, e la nave rimase ferma nel porto per mesi. Nel 2014 il carico passò sotto il controllo delle autorità libanesi che, per motivi di sicurezza, lo spostarono in un deposito del porto, in attesa di decidere come smaltirlo.



(Fotografie da Beirut di Elisa Gestri)

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