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Rimini - Papa Leone contro la logica della forza

  • 1 ora fa
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Wael Al-Mawla - La visita di Papa Leone XIV a Rimini non è stata semplicemente una tappa pastorale né un appuntamento religioso come tanti. Quanto accaduto nella città italiana può essere letto come un messaggio politico e umano capace di andare oltre i confini della Chiesa, soprattutto perché il Papa ha scelto di porre la persona al centro di uno scenario globale nel quale confini, identità e rapporti di forza sembrano sempre più prevalere sull’essere umano.

A Rimini, il Papa ha pronunciato una frase particolarmente significativa: «Prima dei confini, delle definizioni e delle istituzioni, ci sono sempre le persone».

A prima vista, potrebbe sembrare soltanto un’affermazione di carattere etico. Ma il momento e il luogo in cui è stata pronunciata le conferiscono una evidente dimensione politica: quella della necessità di ridefinire le priorità in un mondo nel quale si moltiplicano le guerre, crescono i nazionalismi, i confini tornano a occupare il centro della scena e le migrazioni, così come le differenze culturali e religiose, vengono sempre più interpretate in termini di sicurezza e di conflitto politico. Ancora più significativo è il fatto che il Papa non si sia limitato alle parole. Ha iniziato la sua visita incontrando espositori e giovani, soffermandosi su esperienze culturali e sociali legate alla persona, al lavoro e alla dignità, per poi incontrare poveri, malati e persone con disabilità. È sembrato quasi voler affermare che la vera politica nasce dalla persona e che le istituzioni acquistano legittimità nella misura in cui sono capaci di proteggerla e di salvaguardarne la dignità.

Da questa prospettiva, Rimini può essere letta come un primo segnale della possibile visione politica di Papa Leone XIV: la pace non è soltanto un accordo tra Stati, la sicurezza non coincide con la chiusura delle frontiere, lo Stato non è un fine in sé e un’istituzione che perde la propria dimensione umana rischia di trasformarsi in un peso per la società. Ma è soprattutto la dimensione futura del messaggio a risultare significativa.

Il mondo sembra avviarsi verso una nuova fase di competizione per l’influenza, di ridefinizione delle alleanze, di militarizzazione dei confini, di crescente preoccupazione per le migrazioni e di progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni internazionali.

In questo scenario, il Vaticano potrebbe tentare di assumere un ruolo che vada oltre la tradizionale mediazione tra le parti in conflitto, cercando di incidere anche sui principi etici e politici che regolano le relazioni internazionali.

Ed è qui che l’idea di «prima l’uomo, poi i confini» potrebbe diventare il principio ispiratore di una nuova presenza internazionale della Santa Sede, più incisiva sui dossier dell’immigrazione, delle guerre, del Medio Oriente e, forse, anche sulla ricostruzione delle società uscite dai conflitti.

Il Medio Oriente rappresenta il banco di prova più difficile.

Se i confini sono diventati, nel mondo arabo, parte della competizione per l’identità; se appartenenza religiosa, identità nazionale e dimensione territoriale finiscono talvolta per prevalere sul concetto di cittadinanza, allora la filosofia emersa a Rimini pone una domanda diversa.

E se cominciassimo dalla persona? In Siria, in particolare, questa idea potrebbe trasformarsi in un principio per la ricostruzione dello Stato dopo gli sconvolgimenti attraversati dal Paese: il cittadino prima dell’appartenenza confessionale, la patria prima della divisione, le istituzioni al servizio della persona e i confini destinati a proteggere gli esseri umani, non a trasformarli in strumenti del conflitto.

Forse è proprio questo il vero terreno sul quale Papa Leone XIV potrebbe essere chiamato a misurarsi: fare in modo che il Vaticano non intervenga soltanto quando le guerre sono già esplose, ma contribuisca a ridefinire il concetto di pace prima ancora che la guerra abbia inizio. Il messaggio, dunque, non è un invito ad abolire i confini, ma a impedire che i confini finiscano per cancellare la persona.

Non è un invito a indebolire lo Stato, ma a restituirgli la sua funzione originaria: essere al servizio dell’uomo, invece di trasformare l’uomo nel prezzo da pagare per la propria sopravvivenza. Per questo, la visita di Rimini merita di essere letta tanto in chiave politica quanto in chiave religiosa.

Forse Papa Leone XIV ha voluto dire al mondo, dal cuore dell’Europa: in un’epoca in cui gli Stati competono per la forza e l’influenza, salvare l’essere umano potrebbe essere l’ultimo vero progetto per salvare il mondo.

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