Rita Tekeyan: vorrei un mondo di pace ed è cantando che esorcizzo il dolore e la rabbia

ANN - Letizia Leonardi - Rita Tekeyan, una musicista, cantante, artista con una splendida voce che, dietro il suo particolare stile da dark lady, nasconde un'anima delicata e sensibile. Profondamente legata alle sue origini si considera figlia del mondo. La recente perdita del padre l'ha molto segnata e non dimentica mai di esprimergli il suo affetto. Libanese di origine armena esorcizza il dolore di questi due popoli attraverso i suoi coinvolgenti brani e realizzando toccanti video. Il suo sogno nel cassetto: un mondo di pace. Si è concessa a noi per una intervista ma chi volesse saperne di più può seguirla anche nella sua pagina www.facebook.com/ritatekeyan

- Sei una cantante libanese di origine armena, provieni da due antichi Paesi con un doloroso passato e un difficile presente. Quanto hanno influito le tue origini nel tuo repertorio musicale?
Direi che hanno influito molto. Sono nata e cresciuta in Libano, a Beirut, durante il periodo della guerra civile. I miei nonni erano orfani sopravvissuti al Genocidio Armeno, definito il Grande Male. Sono cresciuta con troppe immagini di violenza e guerra. La pace era un'utopia, un sogno. Per me non esisteva un mondo in pace e la guerra, dove vivevamo, era la normalità. I nonni mi raccontavano storie vissute di tanta crudeltà e sofferenza, altre immagini violente scavavano nella mia mente, la loro vita difficile nell’orfanotrofio, perdere fratelli e sorelle e crescere senza l’abbraccio della madre o il saggio consiglio del padre o di un nonno. Queste storie mi hanno segnata fin da bambina, ma nessuno aveva il tempo per elaborare, per piangere: bisognava scappare dalle bombe. Non c’era tempo per pensare ad altro che alla guerra che, oltre a produrre vittime sotto le bombe, ti distrugge dentro. Ci sono bambini e adulti che avranno per sempre ferite tanto profonde e impossibili da curare del tutto. Queste ferite e ‘cicatrici’ sono da portare dentro come un trofeo di sopravvivenza. Ho iniziato a scrivere la mia musica quando oramai ero arrivata in Italia e ho dovuto vivere per la prima volta la guerra da lontano. Avevo i miei genitori e parenti in Libano. Vedere posti che conoscevo e persone che amavo in pericolo ha scatenato tanta rabbia dentro di me. Urlavo: "basta fermate questa violenza", ma purtroppo il mondo non mi ha ascoltata. Il mio EP ‘Manifesto Anti-War’ è uscito nel 2015 per l’etichetta indipendente Rosa Selvaggia, ed è stato il mio primo atto per urlare NO alla Guerra. Il 24 Aprile 2021, nel giorno della memoria del Genocidio Armeno, è uscito finalmente il mio LP ‘Green Line’ dedicato anche alla mia città natale Beirut. Questo LP è prodotto dall’etichetta indipendente Seahorse Recordings. ‘Green Line’ narra storie di guerra tramite gli occhi di una bambina. ‘Green Line’ , oltre a essere quella linea verde che divideva Beirut in Est ed Ovest durante la guerra civile, è una divisione non solo sulla mappa ma una divisione socio-culturale e religiosa, ‘Green Line’ è anche quel luogo speciale dove conservare e preservare i ricordi di una infanzia perduta in questa fiaba surreale. Oltre al tema della guerra e del genocidio, oltre ai testi e narrazione anche la mia musica risente varie influenze, sia quella mediorientale, musica armena sacra, musica araba classica e varie altre influenze di musica che mi hanno accompagnata negli anni: dal rock, metal, darkwave etc. Ho ascoltato tante musiche che mi hanno arricchita e che costituiscono il mio ‘bagaglio’, che mi porto dietro.
- Sei cresciuta ascoltando musica di grandi autori di fama internazionale, poi sei arrivata in Italia e ti sei rapportata con il panorama musicale italiano. Che difficoltà hai incontrato per emergere con il tuo genere molto sofisticato e particolare?
Certamente non è stato facile, non è facile tutt’ora, perché comunque nel tempo ho esplorato anch’io la mia musica; ogni passo fatto rendeva le mie idee più chiare, ho scoperto anch’io il mio percorso. Non è stato facile per il tema, per la musica particolare che non segue i canoni della musica commerciale. È più sperimentale e, quando canto dal vivo, ha bisogno del luogo adatto. È una musica impegnativa. Grazie ad alcuni concerti ho avuto modo di conoscere altri musicisti con i quali collaboro o semplicemente scambiamo arte e ciò mi ha aiutata a crescere musicalmente. Inoltre ho conosciuto persone che si sono appassionate alla mia musica. La strada è ancora molto lunga e tortuosa, ma ricevere messaggi dalle persone che supportano le mie opere, in vari modi, mi fa capire che ciò che faccio arriva al cuore delle persone ed è ciò che mi serve per continuare. La mia è una musica ricercata e i testi anche, occorre essere curiosi per ascoltarla. Sono stata fortunata sia con il mio EP ‘Manifesto Anti-War’ che con il mio LP ‘Green Line’. Entrambe le etichette Rosa Selvaggia e Seahorse Recordings mi hanno lasciato la libertà assoluta nelle decisioni da prendere sui vari brani e sul prodotto finale. Questo è essenziale per la crescita dell’artista e per esplorare le proprie potenzialità. Decidere come suonare un mio brano è una fortuna che di solito i musicisti, che sono sotto contratto con una etichetta major, non hanno.
- Le tue canzoni e le tue musiche ci riportano allo stile gotico con video particolari che affascinano e che sono girati in ambienti sempre molto coinvolgenti. Dove e quando trovi l’ispirazione per le tue opere?
Il mio progetto musicale è nato in primo luogo per esprimere la mia rabbia e la mia incapacità di cambiare le cose. potevo solo cantare e urlare. Ho sentito il bisogno di esprimermi, di trasmettere il mio messaggio, la mia voce mi ha guidata ed è il mio primo strumento, poi con il pianoforte ho creato dei suoni che rendevano l’idea. Ho preferito focalizzarmi sull’essenza delle cose e sulla purezza dei suoni. Sia l’etichetta Rosa Selvaggia che Seahorse Recordings hanno fatto un ottimo lavoro di produzione artistica e post produzione sulla mia musica. Sono appassionata di Baudelaire da quando avevo studiato le sue poesie a scuola, anche del romanticismo e della natura. La mia musica rispecchia tutto questo.
Per quanto riguarda i video, parlando dei 2 nuovi di questo album; ‘Devil’s OB’ https://www.youtube.com/watch?v=9ikQMRdN4kU è stato girato a Brescia, in parte nelle foreste e in parte nel castello, ed è stata una collaborazione direi magnifica con il regista Enrico Fappani che ha accolto le mie idee. Lui, ispirandosi alla mia musica, ha suggerito le varie location e li abbiamo girato in tempi brevi. Per quanto concerne il brano ‘Y’ (Why?) https://youtu.be/X5pnVgIMPwk, è dedicato al Genocidio Armeno. Un tema molto difficile sul quale realizzare un video, senza utilizzare immagini originali di questa tragedia, come quelle del fotografo tedesco Armin Wegner per intenderci. Avendo in mano il libro di mio nonno Avedis Tekeyan ‘La Tragedia degli Armeni di Behesni 1914-1918’, pubblicato a Beirut nel 1956 e al quale il brano è ispirato, le idee sono diventate più chiare. Con la cultura, la musica e la memoria, i nostri antenati rimangono vivi, non c’era bisogno di immagini di violenza, tutto si era elevato a un livello più sacro, più alto e ha acquisito quella metafora simbolica per ricongiungersi con le proprie radici, alla ricerca dell’identità. Ci siamo Ispirati anche al grande Sergey Paradjanov, regista del film ‘Il colore del Melograno’. I miei progetti musicali prendono anche spunto dalla ‘Poetica dello Spazio’ di Gaston Bachelard, dal surrealismo, dal decadentismo dei poeti maledetti, dal romanticismo di Jean-Jacques Rouseau. ‘Dalla Ricerca del tempo Perduto’ di Marcel Proust, come per esempio nel brano ‘Forêt Noire’ quella torta francese al cioccolato che diventa l'equivalente della Madelaine di Proust che accende quei ricordi di un'infanzia perduta, e quel viaggio mentale verso quegli spazi caratterizzati dal periodo di guerra come i muri fatti di blocchi di cemento armato e i sacchi di sabbia per proteggere le vetrine dei negozi, creando questi luoghi stretti e bui e questi muri alti che diventano delle simboliche montagne per i bambini che possono arrampicarsi e giocare. Altri spazi subivano trasformazioni e si adattavano alle esigenze dei bambini per giocare, spesso non rendendosi conto del pericolo, tipo i ‘Rooftops’, i tetti piani degli edifici moderni in cemento armato che caratterizzano Beirut, il modernismo che ha apportato Le Corbusier dopo la colonia francese. Tetti piani che diventano luoghi di socializzazione, per giocare a Tawli per gli uomini, le donne se ne appropriano per stendere i panni e i bambini saltano e giocano, tutto questo in un normale giorno di guerra. Anche gli ‘Abri’, gli scantinati, erano i rifugi per proteggersi dalle bombe, luoghi adattati, come per esempio il nostro Abri era in realtà un laboratorio di falegnameria per mobili di lusso, un luogo assolutamente non adatto per abitazione. Lì c’era polvere di legno, c’erano macchinari rumorosi e pericolosi ma, nonostante ciò, ci vivevano tante famiglie per molti giorni in attesa della frase in radio: ‘cessato il fuoco’. Fonte di ispirazione sono dunque i ricordi, pezzi di memoria messi insieme in un nuovo ordine in una nuova dimensione; la dimensione delle parole e della musica. L’Architettura che ho studiato, prima all’Università Americana di Beirut e poi al Politecnico di Milano, mi è stata molto utile per individuare e analizzare i luoghi, le città, le persone che ci vivono e il rispetto della natura. Il lago dove abito è un’ispirazione infinita, la natura, le lunghe camminate aiutano alla meditazione e alla contemplazione. Diciamo che il mio rifugio è la natura che preserva anche i miei ricordi. La sofferenza e il dolore si trasformano in musica, arte e bellezza. Quello che cerco di fare è trasformare la guerra in pace. Purtroppo quel passaggio, quel dolore e l'oscurità sono indispensabili per ritrovare la luce. La mia sensibilità sta in queste cose e avendo vissuto la guerra di persona e il genocidio, tramite i ricordi dei nonni, non voglio più che succeda questo a qualcun altro. Non voglio più vedere bambini che piangono, donne e anziani indifesi che soffrono, uomini e ragazzi che muoiono in guerra. So che sono una sognatrice come dice anche John Lennon.

- Qual è il tuo pubblico ideale?
Un pubblico interessato ad ascoltare la mia musica e a comprendere il mio progetto, un pubblico curioso che interagisce con la mia musica e trova ispirazione.
- Ti è capitato di cantare in Armenia? E se si che riscontro hai avuto? E quali sono le tue emozioni nel cantare nella tua terra d’origine?
Purtroppo non ho ancora avuto l’occasione di cantare in Armenia, in realtà non ci sono mai stata. Per vari motivi ho sempre rimandato questo viaggio ma mi piacerebbe molto visitare la mia terra d’origine e suonarci dal vivo.
- Ti sei esibita in Libano?
Ho cantato occasionalmente in Libano varie volte ma non ho mai portato dal vivo il mio progetto musicale. Negli ultimi anni purtroppo ci sono andata poche volte.
- Il Libano, come l’Armenia, sta attraversando un periodo difficile. Pensi di poter fare qualcosa per questi due Paesi che sembrano non avere pace?
Purtroppo la situazione è davvero tragica. In Libano c’è questa grave crisi economica. Il Paese è pieno di persone corrotte che se ne approfittano di questa situazione. Con la svalutazione della moneta, il Libano essendo un Paese che importa quasi tutto, c’è un rincaro pazzesco. L’elettricità c’è ma solo per un ora al giorno. Ci sono i generatori ma il gas costa troppo quindi anche quelli vengono interrotti. Non si sa se le scuole riapriranno, c’è poco carburante, lunghe code per fare benzina, per comprare il pane. Sembra di rivivere nel periodo di guerra, mi ricorda quasi il testo della mia canzone ‘Nora’s Tree’.
In Armenia, purtroppo la guerra dei 44 giorni contro l’Azerbaijan ha causato tante vittime, moltissimi ragazzi. Terre appartenute agli armeni fin dall'antichità sono state purtroppo cedute. Pochi giornali e TV ne hanno parlato e purtroppo questo silenzio è stato molto pesante per noi armeni della diaspora. Ci sentivamo impotenti, soprattutto nei confronti di qualcuno che voleva terminare il lavoro iniziato con lo sterminio degli Armeni del 1915.
Io ne parlo nelle mie canzoni, nei miei concerti, quello che posso fare è cantare e urlare, puntare l’attenzione su ciò che sta succedendo. Sono convinta che la musica, l’arte e la cultura sono le armi più potenti contro qualsiasi guerra, ignoranza e negazionismo.
- Quali sono i tuoi progetti futuri? Pensi di restare in Italia?
Sto già scrivendo nuovi brani e ho altri pezzi che ancora non sono usciti ufficialmente, ma prima vorrei portare in tour dal vivo il mio album ‘Green Line’, fare qualche serata per far conoscere la mia musica. Inoltre mi piacerebbe lavorare su qualche altro video.
L’Italia è casa mia, ci vivo ormai da tantissimi anni, è qui che ho iniziato a scrivere la mia musica, ho trovato ispirazione tra la bellezza dei borghi medievali, i luoghi storici e la natura. Inoltre ho conosciuto persone magnifiche che hanno creduto in me e dalle quali non mi è facile distaccarmi. Al momento quindi non ho nessun progetto di trasferirmi altrove.
Mi sento comunque una figlia del mondo che tengo dentro di me, di tutte le culture alle quali sono stata esposta. Mi riferisco alla cultura armena, araba, anche turca visto che i nonni parlavano il turco e provenivano da terre che attualmente fanno parte della Turchia e poi c'è la cultura francese, molto presente in Libano e quella italiana.

Vorrei dedicare quest’intervista al mio adorato dolce padre Hovsep Tekeyan che ci ha lasciati da poco. Lui è stato il primo a credere in me e ha sempre appoggiato tutte le mie scelte. Senza il suo infinito amore e sostegno non sarei qui adesso.
Rita Tekeyan




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