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Sciiti libanesi: “Se ci sarà la pace con Israele, l’Italia sia garante dell’accordo”

1 ora fa
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Il ruolo dell’Italia in Libano dopo la fine della missione della Forza di interposizione delle Nazioni Unite (Unifil), la questione della sovranità nazionale del Paese e la distinzione tra la comunità sciita libanese e le forze politiche che ne rivendicano la rappresentanza esclusiva. Questi i temi al centro di un incontro di una delegazione libanese sciita di alto profilo con la stampa italiana a Roma, organizzato dal centro studi Center for Oriental Strategic Monitoring (Cosmo). La delegazione era composta dal professor Wajih Kanso, docente di Filosofia all’Università libanese e di Studi islamici all’Università Saint Joseph di Beirut; da Jad al Akhaoui, presidente della fazione politica sciita Coalizione democratica libanese e segretario generale della Samir Kassir Foundation; dal giornalista Ali al Amine, fondatore del sito web d’informazione libanese “Janoubia.com”; e dallo sceicco Muhammad Ali al Hajj al Amili, ricercatore e pensatore islamico, oggi imam del Centro Imam Al Khoei di Parigi.

Nel corso del suo intervento, il professor Kanso ha evidenziato l’importante ruolo dell’Italia nei negoziati di pace tra Libano e Israele. “I libanesi vogliono che l’Italia faccia parte di qualsiasi forza di sicurezza, anche dopo Unifil, per rendere sicuri i confini tra Libano e Israele”, ha affermato il docente, accogliendo con favore anche il sostegno dell’Unione europea e il fatto che “sembra che il Libano stia diventando una priorità della politica statunitense”. “Attendiamo il sostegno italiano sul piano militare, ma anche per lo sviluppo, la ricostruzione e il rafforzamento dello Stato libanese”, ha precisato. “Non vogliamo che gli italiani si impegnino per affrontare militarmente Hezbollah (letteralmente “Il Partito di Dio”), ma solo per rafforzare le nostre forze armate (le Laf), affinché si arrivi all’esclusività delle armi in mano al governo, poiché c’è ancora una penetrazione (del movimento sciita) nelle istituzioni”, ha aggiunto. “Serve un lavoro multidimensionale sulla consapevolezza, culturale ed economico, non solo sulla sicurezza; sarebbe un passo positivo autorizzare l’Unifil ad avere maggiore autorità in Libano”, ha spiegato Kanso. “L’unico modo per ripristinare lo Stato è attraverso la diplomazia: prima bisogna costruire un accordo, poi l’Italia e gli Stati Uniti dovrebbero esserne i garanti”, ha affermato il docente, evidenziando la necessità di “una terza parte” (né Libano né Israele) che verifichi l’attuazione dell’eventuale intesa diplomatica. Tuttavia, “non so se gli israeliani siano pronti a fare pace con i libanesi, abbiamo dei dubbi sulle reali intenzioni di pace di Israele”, ha precisato.

“L’obiettivo principale è ripristinare lo Stato”, ha affermato il docente, sottolineando: “Vogliamo una vita libera e democratica dove le persone possono esprimere le proprie opinioni”. L’Iran, principale sostenitore del movimento sciita libanese Hezbollah, “non riconosce la sovranità” del Libano. “Hanno installato una loro milizia (Hezbollah) senza il permesso del governo di Beirut o dei libanesi”, ha aggiunto. In Libano “non c’è democrazia, ma sono le milizie a dettare legge sotto le spoglie della democrazia”, ha proseguito il docente, sottolineando che il Paese “sta diventando una terra di nessuno”. “Hezbollah è un’organizzazione jihadista che si è procurata una copertura politica per compiere qualsiasi azione militare desideri”, ha affermato Kanso, sottolineando che i miliziani filo-iraniani del Partito di Dio “terrorizzano la popolazione e impediscono ad altri di candidarsi”. Tuttavia, dopo l’ultima guerra con Israele, “le circostanze stanno cambiando, Hezbollah è indebolito”. “Se noi, come sciiti, vogliamo che il monopolio di Hezbollah venga meno, è perché cerchiamo un nuovo Libano non solo per gli sciiti ma uno Stato democratico che includa tutte le religioni”, ha spiegato Kanso.

Durante l’incontro, il presidente della Coalizione democratica libanese Al Akhaoui ha invece sottolineato più volte due concetti in particolare: “Siamo libanesi prima di essere sciiti” e “Hezbollah non rappresenta tutti gli sciiti in Libano”. Purtroppo, “a causa della presenza di Hezbollah e dell’Iran, gli sciiti vengono presentati in tutto il mondo come se fossero tutti Hezbollah”. Il Partito di Dio è una “criminalità organizzata tramite corruzione, traffico del captagon e riciclaggio di denaro”, ha affermato, sottolineando che le azioni di Hezbollah non sono state fatte “per proteggere i libanesi ma per distruggere”. Secondo Al Akhaoui, è stato Hezbollah a “invitare direttamente o indirettamente” Israele in Libano. Anche se si raggiungesse un accordo tra Tel Aviv e Beirut e si completasse il disarmo di Hezbollah, “Israele manterrebbe comunque delle postazioni strategiche nel sud Libano”. Tuttavia, “dopo anni di guerra con Israele è il momento giusto per provare qualcosa di nuovo, forse la pace può esserci e può funzionare”, ha affermato.

Dal canto suo, il giornalista Al Amine ha sottolineato: “Siamo i rappresentanti di una parte della comunità sciita che vuole vivere sotto l’ombrello dello Stato libanese (e non di Hezbollah). Noi non vogliamo entrare in contrasto con Hezbollah, il problema è che il movimento non accetta voci critiche o alternative a esso all’interno della comunità sciita”. “Negli ultimi 34 anni, i deputati di Hezbollah e Amal (movimento sciita libanese alleato del Partito di Dio) non sono mai cambiati, mentre negli altri partiti libanesi c’è stato un ricambio”, ha sottolineato. “Noi saremmo stati anche disposti ad accettare il fatto che Hezbollah possa adottare metodi non democratici, a patto che il programma sia finalizzato alla creazione di uno Stato (libanese)”, ha proseguito il giornalista, sottolineando che Hezbollah “ha messo la comunità sciita davanti a un bivio: se scegliete lo Stato di diritto non state scegliendo noi”. Anche Al Amine ha affermato che, nei negoziati tra Tel Aviv e Beirut, “dovrebbe essere inclusa una terza parte che verifichi che le zone del sud del Libano da cui Israele si ritirerà (e in cui le Laf dovrebbero stanziarsi) siano libere da Hezbollah”. E “una delle forze idonee sarebbe proprio l’Italia”. Il giornalista ha poi sottolineato che “negli ultimi tre, quattro mesi la comunità sciita sta facendo sentire la propria voce e ha chiesto che siano le forze armate (regolari) a prendere il potere, cosa che non era mai accaduta prima”. “Il ‘sentiment’ sta cambiando e lo si può percepire dai social media”, ha spiegato.

Questa mattina, la delegazione sciita libanese ha tenuto degli incontri nel Parlamento italiano con politici sia del governo che dell’opposizione, mentre questa sera sono previsti dei colloqui in Vaticano. Ieri, invece, la delegazione ha partecipato al convegno “Libano in transizione: prospettive sul futuro del Paese”, incentrato sugli equilibri del Paese all’indomani della fine della missione Unifil, la cui scadenza è prevista per il prossimo 31 dicembre. L’evento, tenuto nell’Aula polivalente della Luiss, è stato promosso da Cosmo in collaborazione con Luiss Ciss (Center for International and Strategic Studies) e Fondazione Med-Or. Ai lavori hanno preso parte gli onorevoli Paola Chiesa, capogruppo in Commissione Difesa, e Massimo Milani, insieme a rappresentanti diplomatici di diversi Paesi, tra cui Nasser Sanhat al Qahtani, ambasciatore del Kuwait in Italia, Asmahan Abdulhameed al Toqi, ambasciatrice yemenita in Italia, e Abdulaziz al Asim, primo segretario dell’ambasciata dell’Arabia Saudita. Nell’occasione, l’imam Al Amili ha ripercorso i tentativi susseguitisi nel corso dei decenni all’interno della comunità sciita libanese per allargare gli spazi di pluralismo e ridefinire la rappresentanza politica.

 

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