Speciale Rimini - Le ferite della Terra Santa e il Libano che rinasce
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Talal khrais - Parlare dello straordinario meeting di Rimini richiede pagine e pagine lunghissime, ma posso dire che mentre nel mondo dove si sentono i cannoni e regnano ingiustizia e la sofferenza, da Rimini si alza la voce e si rompono i muri che separano popoli e religioni. Ancora una volta il meeting di Rimini lancia una controffensiva e dimostra che la pace e i diritti dei popoli possono prevalere.
Abbiamo voluto fare arrivare questo evento ovunque, con Agenzia Nova, National News Agency e Assadakah, e grazie al Dipartimento Comunicazione guidato da Eugeneo Andereatta siamo scesi in campo con tutta forza, per trasmettere il messaggio di rimini a tanti Paesi, in particolare dove la chiesa soffre e intere nazioni soffrono.

Rimini 2026
Il tema della 47a edizione del Meeting di Rimini, dal 21 al 26 agosto alla Fiera di Rimini, è "L'amor che move il sole e l'altre stelle", celebre verso di chiusura del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri. Una edizione coronata dalla storica visita di Papa Leone XIV, intervenuto al Grand Auditorium il 22 agosto.
Inoltre, intervenendo al Meeting di Rimini, "Amare la Terra Santa", padre Gabriel Romanelli ha raccontato la drammatica realtà di Gaza, segnata da distruzione, scarsità di beni essenziali e lutti, ribadendo l’impegno della comunità cristiana a restare accanto alla popolazione. Padre Francesco Ielpo ha richiamato l’attenzione sulle sofferenze delle minoranze in Terra Santa e Medio Oriente, invitando a difendere i diritti di tutti i popoli e a sostenere la presenza cristiana attraverso i pellegrinaggi.
“Gaza è ridotta come se fosse passato uno tsunami”. Con questa immagine forte e dolorosa padre Gabriel Romanelli, parroco latino della Sacra Famiglia di Gaza, ha descritto la situazione nella Striscia intervenendo in collegamento al Meeting di Rimini, insieme al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo.
Le condizioni di vita
“È quello che sperimentiamo ogni giorno”, ha raccontato il sacerdote. La maggior parte della popolazione vive in tende di fortuna o fra le macerie delle proprie abitazioni. La quotidianità è segnata dalla ricerca di acqua ed energia elettrica, beni divenuti rarissimi. “La mattina ci si sveglia ringraziando il Signore se le batterie hanno resistito durante la notte. Poi inizia la lotta per trovare acqua potabile”.

Nella piccola comunità cristiana rimangono oggi 541 persone tra cattolici e ortodossi. Dall’inizio della guerra sono morte 60 persone, 23 uccise direttamente da azioni militari all’interno dei complessi parrocchiali cattolico e ortodosso, altrettante per mancanza di cure mediche e 14 anziani che, secondo i medici, avrebbero potuto vivere più a lungo se non fossero venute meno le condizioni minime di assistenza. Nonostante le enormi difficoltà, la parrocchia continua a sostenere la popolazione.
Grazie a una grande cisterna d’acqua, definita da Romanelli “miracolosa”, si aiutano oltre 400 famiglie della zona. Un unico generatore elettrico, dopo che gli altri due sono andati distrutti o fuori uso, alimenta il sistema di purificazione dell’acqua, le strutture delle Missionarie della Carità, la scuola e la clinica aperta dal Patriarcato latino insieme all’Ordine di Malta.
Restare non è una sfida
Il sacerdote ha spiegato anche la scelta di restare a Gaza nonostante i ripetuti ordini di evacuazione: “Non è stata una sfida politica, ma la risposta naturale di un pastore che deve rimanere con il suo gregge. Non potevamo abbandonare i disabili, i bambini, le famiglie. Siamo qui anche per custodire la presenza eucaristica. L’altare di questa chiesa è un altare di pace”. Particolare attenzione è rivolta ai più piccoli. La parrocchia sta cercando di garantire un ambiente il più possibile sereno ai bambini attraverso la scuola, attività educative, spirituali e di sostegno psicologico. “I bambini hanno bisogno di certezze. Sentono quando gli adulti riescono a trasmettere sicurezza”, ha osservato. Nonostante le sofferenze, Romanelli ha sottolineato di non aver mai percepito, né nella comunità cristiana né tra i vicini musulmani, desideri di vendetta. “Questo è già un tesoro.

Il Libano
Il Libano affronta da anni una crisi economica, finanziaria e sociale che sembra senza fine, è profondamente segnato dalla guerra, dalla crisi economica e dalle divisioni religiose, ma la tolleranza, l'istruzione e l'opera caritatevole possono ancora ricostruire una convivenza autentica.
Alla sessione sul Libano, curata da Giuseppe Emmolo e Giorgio Cavalli, hanno partecipato il Vescovo César Essayan, Vicario Apostolico di Beirut; il Vescovo Mounir Khairallah, Vescovo della Diocesi maronita di Batroun e Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi Maroniti; e Francesca Lazzari, Rappresentante in Libano di Volontari per il Servizio Internazionale. L'incontro è stato moderato da Maria Laura Conti, Direttrice della Comunicazione e della Promozione di Volontari per il Servizio Internazionale. Khairallah ha condiviso la sua storia personale, segnata dal tragico omicidio dei suoi genitori quando aveva cinque anni, spiegando come questo trauma abbia fatto nascere in lui un messaggio spirituale di tolleranza e carità, che ora mette in pratica tra i vari segmenti della società libanese. Ha sottolineato che il Libano "ha bisogno di riscoprire lo spirito di unità, non solo di convivenza": non semplicemente la convivenza tra gruppi diversi, ma la capacità di riconoscersi reciprocamente come parte di un'unica comunità e di costruire insieme la pace. Ha ribadito: "La prima cosa che ho sentito dire sui libanesi al mio arrivo è stata che sono resilienti. Sono davvero resilienti".

Lazari, che vive in Libano da sette anni, ha parlato del lavoro quotidiano dell'organizzazione e delle storie del suo staff, tra cui Abbas, uomo del sud del Libano la cui casa è stata distrutta più volte, eppure torna sul campo "con un sorriso ancora più grande" per aiutare altri sfollati.
Issayan ha sottolineato il ruolo dell'istruzione e delle opere di beneficenza nel superare le divisioni, citando il caso di una scuola cattolica occupata da estremisti sciiti per settanta giorni. Nonostante gli abusi subiti, le suore hanno continuato ad aiutare le famiglie degli occupanti e, dopo la fine dell'occupazione, alcune donne hanno iniziato ad assisterle e a mantenere contatti quotidiani con loro.
Secondo Issayan, la polarizzazione viene spesso trasmessa ai giovani dalle loro famiglie. Tuttavia, ha osservato che molti genitori musulmani scelgono le scuole cattoliche perché sanno che "grazie alle nostre opere di beneficenza e ai nostri valori, i loro figli non cresceranno diventando estremisti". Ha concluso affermando che questo è un esempio di come la ricostruzione del Libano stia contribuendo all'educazione delle nuove generazioni all'interazione con gli altri.
Il cardinale Angelo Scola ha dichiarato; “Ricordo un’indomabile voglia di vita trasparire dai volti della gente libanese, mentre il sole calava lungo l’autostrada che da Jbeil ci riconduceva verso Jounieh, come pure durante l’incontro che ebbi la sera stessa con il primo ministro Saad Hariri. Penso che siano state questa tenacia e questa capacità di ricominciare a rendere il Libano così caro a san Giovanni Paolo II, e così centrale nel suo disegno di un rinnovato dialogo islamo-cristiano. Il Libano è qualcosa di più di un Paese: è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente!». In queste celebri parole di Giovanni Paolo II, poi riprese dai suoi successori, emerge tutta l’importanza di un Paese tristemente al centro delle tensioni internazionali. Se conosciamo il Libano per i drammatici fatti di guerra degli ultimi anni, se Beirut è tragicamente nota per lo spaventoso incidente nel suo porto nel 2020, ciò non deve far dimenticare che il Paese dei Cedri è stato, ed è chiamato ancora ad essere, “punto d’incontro delle religioni, di dialogo culturale tra Oriente e Occidente”, secondo quanto a affermò Papa Wojtyla.

In queste pagine si ripercorre la storia di una terra che incarna un’unicità feconda nel contesto mediorientale: un esempio di pluralismo religioso e confessionale in cui la componente cristiana si è unita a quella musulmana per dar vita a un progetto politico basato sull’uguaglianza, la libertà e la convivialità.
“Raccontare oggi il Libano significa cercare di portare l’attenzione della comunità internazionale su un Paese molto piccolo, che non ha una particolare importanza economica e che è assolutamente schiacciato nella lotta regionale che in questo momento attraversa il Medio Oriente”, spiega Diez.
Il 26 un grande incontro sul Libano che vedrà tra l'altro la partecipazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani e l'Ambasciatrice del Libano Carla Jazzar in rappresentanza del Premier Libanese Nawaf Salam.
(In foto: Eugenio Andeatta responsabile della comunicazione del Meeting Maria Vittoria Galassi dirigente del dipartimento comunicazione Fabio Squillante diretto Agenzia Nova, Ziad Harfouch direttore National News Agency NNA, Talal khrais , correspondente in italia e presso la Santa Sede NNA , nonche presidente di Assadakah)




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