USA -Iran – Accordo o confronto?
- 20 feb
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Wael Al Mawla - Lo scenario regionale non è più un semplice scambio di minacce tra Washington e Teheran, ma una corsa contro il tempo tra una diplomazia dichiarata e un silenzioso dispiegamento militare. Le recenti dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, e le parole del presidente americano che ribadisce la priorità di una soluzione diplomatica, sono state accompagnate da una scadenza di non oltre 15 giorni per raggiungere un accordo con l’Iran. Un ritmo accelerato che riduce la distanza tra negoziato e confronto.
Il presidente degli Stati Uniti ha evocato esplicitamente la possibilità di utilizzare la base di Diego Garcia in caso di fallimento dell’intesa, mentre il Dipartimento della Difesa ha iniziato a trasferire caccia e aerei cisterna da basi nel Regno Unito verso aree più vicine al Medio Oriente. In risposta, Teheran ha dichiarato in una lettera alle Nazioni Unite che reagirà “con fermezza e proporzionalità” a qualsiasi aggressione, attribuendo a Washington la piena responsabilità di eventuali conseguenze fuori controllo.
Questo equilibrio tra bastone e carota non è nuovo nei rapporti tra Stati Uniti e Iran, ma oggi si inserisce in un contesto diverso: possibili ritiri delle truppe americane dalla Siria secondo fonti giornalistiche statunitensi, il rifiuto britannico di concedere l’uso delle proprie basi per attacchi contro l’Iran, e un clima internazionale che parla della fine del “vecchio ordine mondiale”, come suggerito dal segretario di Stato americano e da influenti investitori che vedono il mondo entrare in una fase di transizione rischiosa.

Rischio o leva di pressione?
Le dichiarazioni iraniane sull’eventuale targeting delle portaerei statunitensi rientrano più nella deterrenza che nell’annuncio di un’intenzione immediata. Dal punto di vista militare, le portaerei restano obiettivi altamente protetti; tuttavia, la natura dei conflitti moderni rende possibile ostacolarne l’operatività attraverso tattiche complesse, che includono missili balistici di precisione, droni in grandi quantità e attacchi simultanei su più fronti. Un confronto navale su larga scala resterebbe però un azzardo ad altissimo costo per entrambe le parti e difficilmente sarebbe sufficiente, da solo, a decidere una guerra totale.
Le valutazioni indicano che Washington, qualora decidesse di agire militarmente, farebbe maggiore affidamento sull’aviazione schierata in basi regionali, mantenendo le unità navali a una distanza relativamente sicura dalle coste iraniane. Teheran, dal canto suo, punta sulla profondità geografica, sulle reti di deterrenza missilistica e sulla capacità di prolungare qualsiasi confronto trasformandolo in una guerra di logoramento costosa.
Concessioni o riposizionamento?
Parallelamente all’escalation, emergono indiscrezioni su una disponibilità iraniana a ridurre l’arricchimento dell’uranio al 3%, ad aprire la porta a investimenti fino a due trilioni di dollari, a consentire l’acquisto di metalli rari e a utilizzare fondi congelati per accordi civili e militari. Se confermate, queste indicazioni non implicherebbero necessariamente una debolezza iraniana, ma potrebbero riflettere una strategia che parla il linguaggio degli interessi economici privilegiato dalla Casa Bianca.
L’Iran è consapevole che un’offerta economica allettante sposta la pressione sul terreno americano, migliora la propria immagine internazionale e, al contempo, guadagna tempo per rafforzare la propria prontezza difensiva. Washington, invece, deve bilanciare l’obiettivo di impedire a Teheran di acquisire capacità nucleari militari con la volontà di evitare una guerra lunga e logorante in un momento di profonde trasformazioni geopolitiche.
Israele tra timore e pressione
Israele teme lo scenario di una guerra prolungata durante la quale il fronte interno potrebbe essere colpito da un volume senza precedenti di missili. Valutazioni di sicurezza israeliane hanno indicato che i sistemi di difesa aerea possono far fronte a ondate limitate nel tempo, ma un’escalation prolungata creerebbe una realtà diversa. Per questo Tel Aviv esercita forti pressioni su Washington affinché eviti un accordo percepito come una “pericolosa concessione”, preferendo, se la guerra dovesse scoppiare, un colpo rapido e decisivo.
Un nuovo mondo… alleanze in formazione?
Ciò che accade non è solo un confronto bilaterale. Cina e Russia osservano e si muovono con cautela. Pechino, che espande la propria influenza economica globale, non resterà spettatrice se gli equilibri di potere nel Golfo dovessero cambiare radicalmente. Il discorso su un “nuovo mondo” non è uno slogan politico, ma la descrizione di una fase in cui si stanno formando alleanze non convenzionali, dove i rivali di ieri possono diventare i partner di domani, e viceversa.
Siamo di fronte a due possibilità opposte: o un accordo a Ginevra che inauguri una fase di relativa e duratura de-escalation ridefinendo le regole d’ingaggio, oppure uno scivolamento verso un confronto multilivello capace di cambiare il volto della regione per decenni.
La guerra è possibile, ma costosa per tutti, di contro è possibile un accordo, ma richiede concessioni dolorose.
Tra Diego Garcia e Ginevra, tra la scadenza dei quindici giorni e le lettere alle Nazioni Unite, il Medio Oriente si trova sull’orlo di una decisione che determinerà la forma del prossimo ordine regionale: una grande intesa che ridistribuisce gli interessi… o uno scontro esteso che apre le porte all’ignoto?




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