USA ridisegnano gli equilibri di potere in M. O.
- 24 giu
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✍️ Wael Al-Mawla – Scrittore e Giornalista

In Medio Oriente, le guerre non finiscono sempre sulla linea del fuoco. Spesso, infatti, è proprio dopo la fine delle ostilità che inizia la fase più complessa: quella della ridefinizione degli equilibri e della redistribuzione delle sfere di influenza. Quanto accaduto negli ultimi mesi tra Stati Uniti e Iran sembra avvicinarsi a questo modello. Il conflitto non ha portato al crollo dell’Iran né a un cambio di regime, così come Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi strategici. Al contrario, si è aperta la strada a nuove intese che potrebbero trasformare il volto della regione per molti anni.
L’accordo tra Washington e Teheran è arrivato dopo il fallimento delle opzioni perseguite dagli Stati Uniti. È noto che, quando la strategia del confronto non produce i risultati sperati, Washington tende spesso a trasformare la competizione in cooperazione, convertendo lo scontro in una forma di partnership. Per questo motivo, l’intesa in discussione appare destinata ad andare ben oltre la questione nucleare o il dossier libanese. Gli indicatori disponibili suggeriscono infatti che gli Stati Uniti siano giunti alla conclusione che l’Iran rappresenti un attore regionale imprescindibile, impossibile da isolare o escludere, e che la stabilità dell’area passi attraverso il dialogo e non attraverso un conflitto aperto. In questo contesto, Teheran potrebbe ottenere un ruolo politico e di sicurezza più ampio all’interno di un nuovo sistema basato sulla gestione degli interessi reciproci e sulla condivisione delle influenze.
La guerra ha inoltre messo in luce uno dei principali limiti della strategia statunitense e israeliana in Medio Oriente: una lettura imprecisa delle dinamiche regionali e una sottovalutazione dell’Iran. Washington e Tel Aviv hanno affrontato il confronto partendo da presupposti errati, convinte che la pressione militare sarebbe stata sufficiente a modificare gli equilibri esistenti. I fatti hanno invece dimostrato che il Medio Oriente è molto più complesso e che l’Iran dispone di strumenti di potere e capacità di resilienza che non possono essere ignorati.
Al contrario, Israele appare oggi come l’attore più preoccupato da queste trasformazioni. È probabile che Tel Aviv tenti di ostacolare o rallentare qualsiasi accordo tra Stati Uniti e Iran attraverso iniziative politiche e militari, poiché è consapevole che un’intesa tra Washington e Teheran potrebbe porre fine al progetto di ridefinire il Medio Oriente secondo la visione strategica israeliana. Tuttavia, la storia dimostra che, quando gli Stati Uniti assumono una decisione strategica, possiedono alla fine la capacità di imporre compromessi e accordi persino ai loro alleati più stretti.
Sul piano regionale emergono inoltre segnali di un possibile riavvicinamento tra Arabia Saudita, Iran, Qatar, Turchia, Egitto e Pakistan. Una convergenza favorita dall’esigenza comune di garantire stabilità, proteggere le economie nazionali e salvaguardare le rotte energetiche e commerciali. Tale processo potrebbe costituire il nucleo di un nuovo ordine regionale, nel quale i conflitti diretti lascerebbero gradualmente spazio alla cooperazione e agli accordi.
In Libano, la prossima fase di assestamento appare parte integrante di questo scenario più ampio. Il dibattito non riguarda più soltanto il ritiro israeliano dal sud del Paese o il futuro di Hezbollah, ma si inserisce in un quadro regionale molto più vasto. L’emergere di canali di dialogo diretti e indiretti tra gli Stati Uniti e Hezbollah, così come le indiscrezioni sulla volontà israeliana di negoziare con il movimento attraverso la mediazione di un Paese arabo, confermano che la regione è già entrata in una fase differente.
Ciò che sta accadendo oggi non rappresenta semplicemente la fine di una guerra, bensì l’inizio di un nuovo Medio Oriente, nel quale gli Stati Uniti sembrano passare da una politica di contenimento e confronto a una strategia fondata sulla partnership e sulla gestione degli equilibri. Un cambiamento che potrebbe non soddisfare tutti gli attori coinvolti, ma che riflette una realtà sempre più difficile da ignorare: il futuro della regione non può essere disegnato senza l’Iran, né la sua stabilità può essere garantita senza ampie intese regionali capaci di superare la logica delle guerre e aprire una nuova fase di redistribuzione del potere.




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