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Armenia: 35 anni di solidarietà con l’Ospedale Italiano

6 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Letizia Leonardi (Assadakah News) - Dalla risposta al terremoto del 1988 a oltre tre decenni di assistenza sanitaria e sociale. Stiamo parlando del presidio voluto da San Giovanni Paolo II che continua a rappresentare un legame concreto tra Italia e Armenia.

È il caso dell’Ospedale Redemptoris Mater di Ashotsk, nella regione armena di Shirak, conosciuto da tutti come l’“Ospedale Italiano”, che il 7 ottobre ha celebrato il trentacinquesimo anniversario della sua inaugurazione. Una ricorrenza che restituisce il valore di una presenza nata dalla solidarietà dopo una delle più grandi tragedie della storia recente armena e divenuta, negli anni, un punto di riferimento per migliaia di famiglie.

In occasione dell’anniversario, l’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, si è recato ad Ashotsk per partecipare alla cerimonia commemorativa, alla presenza di autorità civili e religiose. Tra gli intervenuti, monsignor Giuseppe Pasotto, Vescovo dei Cattolici di rito latino di Georgia e Armenia, Arousiag Sajonian, Madre superiora delle Suore Armene dell’Immacolata Concezione, padre Nerses Galstyan, in rappresentanza dell’Arcivescovo degli Armeni Cattolici, monsignor Kevork Noradounghian, e il sindaco di Ashotsk, Karen Manukyan.

Un momento dedicato non soltanto alla memoria, ma anche al riconoscimento di un impegno che continua a tradursi in assistenza concreta.

La storia dell’Ospedale Italiano comincia in una stagione drammatica per l’Armenia. Il terremoto del 7 dicembre 1988 devastò vaste aree del Paese, colpendo duramente città e villaggi e lasciando dietro di sé migliaia di vittime, feriti e famiglie senza casa. La regione di Shirak fu tra quelle maggiormente colpite, mentre le difficoltà economiche e la progressiva dissoluzione dell’Unione Sovietica rendevano ancora più complessa la ricostruzione e l’organizzazione dei servizi essenziali.

In questo scenario maturò il progetto di realizzare una struttura sanitaria capace di rispondere ai bisogni della popolazione. L’iniziativa, voluta da San Giovanni Paolo II, si concretizzò con la costruzione di un ospedale prefabbricato, realizzato grazie al lavoro di ditte e maestranze italiane e inaugurato il 7 ottobre 1991.

Alla gestione e all’assistenza furono chiamati i religiosi Camilliani, Nino Martini, Mariano Florio e Mario Cuccarollo, impegnati a operare in un contesto nel quale la disponibilità di cure mediche rappresentava una necessità urgente. Padre Mario Cuccarollo continua ancora oggi la propria opera, testimoniando la continuità di una missione che ha saputo superare le difficoltà di decenni di trasformazioni politiche, economiche e sociali.

La struttura, pur conservando la sua origine prefabbricata, è tuttora operativa. La sua storia dimostra come la durata e l'efficacia di un'opera sanitaria non dipendano soltanto dalle caratteristiche dell'edificio, ma soprattutto dalle competenze delle persone, dalla continuità dell'assistenza e dalla capacità di mantenere nel tempo una rete di sostegno.

A raccontare la portata dell'attività svolta sono i dati presentati da padre Mario Cuccarollo, relativi al periodo compreso tra gennaio 1993 e dicembre 2025. Numeri che documentano un servizio sanitario di grande rilevanza per il territorio armeno.

Nel corso di questi anni, l'ospedale ha effettuato 62.459 ricoveri e 32.855 interventi chirurgici, compresi quelli in laparoscopia, introdotti dal 2003. La diagnostica per i pazienti ricoverati ha raggiunto 713.744 esami strumentali, mentre le visite e le prestazioni diagnostiche effettuate presso il pronto soccorso e gli ambulatori interni sono state complessivamente 905.724.

L'attività non si è limitata alle mura dell'ospedale. Per raggiungere le comunità più isolate, sono stati organizzati 21 ambulatori nei villaggi circostanti, attraverso i quali sono state effettuate 427.900 visite ambulatoriali e 174.390 visite domiciliari. A queste si aggiungono 82.225 vaccinazioni.

Dietro ogni cifra ci sono persone, famiglie e comunità che hanno potuto contare su un'assistenza spesso difficile da ottenere altrove. È proprio questa presenza capillare sul territorio a rendere l'esperienza di Ashotsk particolarmente significativa: la cura non è stata concepita soltanto come risposta alla malattia, ma come servizio da portare anche a chi vive lontano dai principali centri abitati.

Un elemento centrale della missione dell'Ospedale Italiano è rappresentato dalla politica di accesso alle cure. Fino al dicembre 2012, l'assistenza sanitaria è stata erogata interamente a titolo gratuito. Dal gennaio 2013, per sostenere la continuità del servizio, è stato introdotto un sistema che prevede un contributo contenuto per una parte degli utenti.

Secondo i dati illustrati in occasione dell'anniversario, circa il 45% degli assistiti continua a ricevere prestazioni completamente gratuite. Si tratta in particolare delle famiglie in maggiore difficoltà economica e dei pazienti accolti nei reparti di pediatria e maternità e nel pronto soccorso. Per gli altri utenti è previsto un contributo pari a circa il 20% del costo medio delle strutture sanitarie locali.

Un'attenzione particolare viene riservata anche alle persone ricoverate: vitto e terapie farmacologiche sono forniti gratuitamente, secondo quanto riportato nel bilancio dell'attività ospedaliera.

L'impegno, inoltre, ha oltrepassato l'ambito strettamente medico. Nel corso degli anni, l'ospedale ha promosso iniziative di solidarietà sociale, contribuendo al sostegno scolastico di centinaia di giovani, alla ristrutturazione di abitazioni e all'acquisto di beni di prima necessità per le famiglie indigenti. Un insieme di interventi che testimonia una concezione dell'assistenza attenta non soltanto alle necessità immediate, ma anche alle condizioni di vita e alle prospettive future delle persone.

La continuità dell'ospedale è stata resa possibile anche grazie a una rete di sostegno sviluppata in Italia. Caritas Italiana, la Conferenza Episcopale Italiana attraverso i fondi dell'8 per mille, l'Ordine Camilliano, numerose parrocchie, associazioni di volontariato e benefattori privati hanno contribuito nel tempo al funzionamento della struttura e all'acquisto delle attrezzature e dei dispositivi necessari. È una collaborazione che unisce istituzioni ecclesiastiche, operatori sanitari, volontari e cittadini, dimostrando come la solidarietà possa trasformarsi in un impegno organizzato e duraturo. Non un aiuto occasionale, dunque, ma una presenza capace di accompagnare una comunità per decenni.

Nel suo intervento, l'Ambasciatore Alessandro Ferranti ha ricordato il significato della presenza dell'Ospedale Italiano in una delle regioni armene più duramente colpite dal terremoto del 1988. Un'opera che testimonia il contributo offerto dall'Italia alla popolazione armena già nelle prime settimane successive al sisma e che continua a essere ricordata con riconoscenza. Ferranti ha inoltre sottolineato il valore di un patrimonio collettivo da custodire e preservare anche a beneficio delle generazioni future.

L'anniversario dell'Ospedale Redemptoris Mater non è soltanto una ricorrenza istituzionale o religiosa. È l'occasione per ricordare che la solidarietà, quando si accompagna alla professionalità e alla continuità dell'impegno, può diventare una componente stabile della vita di un territorio.

Ashotsk rappresenta una testimonianza concreta della vicinanza italiana all'Armenia, nata in risposta a una catastrofe e consolidatasi attraverso il lavoro quotidiano di medici, infermieri, religiosi e amministratori. Una storia nella quale la dimensione umana dell'assistenza si intreccia con quella della cooperazione internazionale e con un legame tra due Paesi che trova espressione anche al di fuori delle relazioni diplomatiche.

Trentacinque anni dopo l'inaugurazione, l'Ospedale Italiano continua a svolgere la propria funzione, mantenendo vivo lo spirito che ne ha accompagnato la nascita: essere accanto a chi ha bisogno, senza dimenticare le comunità più fragili e i luoghi più difficili da raggiungere.

Per l'Armenia, è un presidio sanitario e sociale. Per l'Italia, è una testimonianza concreta di generosità e capacità di costruire legami destinati a durare. E per le tante famiglie che ne hanno beneficiato, è soprattutto la prova che, anche dopo una tragedia, la solidarietà può diventare cura quotidiana e speranza per il futuro.

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