top of page

Armenia: l'archeologia di Dvin diventa un legame con l'Italia

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Letizia Leonardi (Assadakah News) - La ricerca, la cultura e la tutela del patrimonio storico sono settori che da anni legano Italia e Armenia. Si tratta di un rapporto costruito sul campo, poco alla volta, tra gli scavi archeologici, gli studi scientifici e la collaborazione tra università e istituzioni dei due Paesi. Un legame che si è ulteriormente rafforzato con la visita dell'Ambasciatore d'Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, al sito archeologico di Dvin, antica capitale dell'Armenia medievale, dove si è appena conclusa la prima campagna di documentazione tridimensionale dei reperti provenienti dagli scavi.

La visita del diplomatico italiano ha rappresentato molto più di un appuntamento istituzionale. ma è diventata un'occasione per ribadire il valore della cooperazione archeologica, culturale e scientifica tra Italia e Armenia e per sottolineare come la tutela del patrimonio possa diventare uno strumento di dialogo, amicizia e sviluppo condiviso. Ferranti ha inoltre evidenziato il ruolo della Cooperazione italiana quale motore di promozione culturale e di crescita economica e turistica, capace di creare collaborazioni durature tra i popoli.

L'attività svolta a Dvin rientra nel progetto internazionale ArcheTourDev, finanziato dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e realizzato dall'Università di Firenze, attraverso il Dipartimento SAGAS, insieme all'Università Statale di Yerevan e all'Istituto di Archeologia ed Etnografia dell'Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica d'Armenia. A guidare il progetto sono i professori Hamlet Petrosyan e Michele Nucciotti, con il coinvolgimento dell'Opificio delle Pietre Dure e di ISMEO, sotto il coordinamento dell'Ambasciata d'Italia a Yerevan.

Tra il 7 e il 14 giugno un gruppo di archeologi italiani e armeni, affiancati dagli esperti di Global Digital Heritage, ha portato a termine un lavoro destinato a cambiare il modo di conservare e studiare il patrimonio archeologico del sito. Sotto il coordinamento delle ricercatrici Elisa Pruno, dell'Università di Firenze, e Tatiana Vardanesova, dell'Università Statale di Yerevan, sono stati digitalizzati circa 350 reperti, databili tra il IX e il XIII secolo.

Si tratta soprattutto di manufatti in ceramica: vasellame, recipienti invetriati, anfore, contenitori per liquidi, utensili destinati alla preparazione degli alimenti, lucerne e materiali provenienti dalle antiche fornaci. Oggetti apparentemente semplici, ma preziosissimi per ricostruire la vita quotidiana dell'antica Dvin, uno dei principali centri urbani del Caucaso medievale, crocevia di commerci e di culture. Alcuni reperti testimoniano infatti gli intensi rapporti commerciali che la città intratteneva con il Vicino Oriente e con l'area iranica.

La documentazione tridimensionale rappresenta oggi un'evoluzione fondamentale della ricerca archeologica. Dopo il tradizionale lavoro di catalogazione e disegno manuale, la fotogrammetria e la scansione laser consentono infatti di realizzare modelli digitali estremamente accurati, capaci di conservare ogni dettaglio dei reperti.

Come ha spiegato Elisa Pruno, la digitalizzazione non costituisce soltanto uno strumento di documentazione scientifica, ma anche una garanzia di tutela del patrimonio culturale. I modelli tridimensionali permetteranno infatti di preservare la memoria dei reperti, facilitarne lo studio, favorirne la divulgazione e persino realizzarne riproduzioni mediante stampa 3D. L'obiettivo è anche quello di rendere il patrimonio archeologico di Dvin sempre più accessibile, consentendo a studiosi e appassionati di esplorarlo virtualmente da ogni parte del mondo.

La campagna appena conclusa rappresenta solo la prima fase di un progetto più ampio. Una seconda missione completerà infatti la catalogazione digitale dell'intero deposito archeologico del sito, utilizzato dagli studiosi fin dai primi decenni del Novecento. Parallelamente sono previsti interventi di restauro e valorizzazione delle strutture di ricerca, della biblioteca e dei depositi archeologici.

Dvin si conferma così non solo uno dei siti più importanti della storia armena, ma anche un esempio concreto di come la cooperazione internazionale possa trasformare l'archeologia in uno strumento di conoscenza, innovazione e diplomazia culturale. Un lavoro condiviso che continua a rafforzare il dialogo tra Italia e Armenia, dimostrando come la ricerca scientifica possa costruire ponti destinati a durare nel tempo.

Commenti


bottom of page