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Elena Bresciani e il dialogo tra Occidente e mondo arabo

  • 24 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

(Assadakah - Lisa Bernardini) Il mezzosoprano e ricercatrice vocale Elena Bresciani ha partecipato di recente nel ruolo di Dama Plüche all'opera "La Rosiera" di Vittorio Gnecchi-Ruscone, andata in scena alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano.

L’evento ha celebrato tre ricorrenze: il 150° anniversario della nascita di Gnecchi-Ruscone (1876-2026), il 30° anniversario della scomparsa del maestro Gianandrea Gavazzeni (1996-2026) e il 20° anniversario della fondazione dell’Associazione Ab Harmoniae Onlus (2006-2026), produttrice dell’iniziativa.

La revisione musicale in tre atti porta la firma del soprano Denia Mazzola Gavazzeni, fondatrice di Ab Harmoniae, insieme al compositore Marco Iannelli.

Nota per il suo metodo vocale e per collaborazioni musicali sperimentali, Elena Bresciani ci racconta se la musica, intrisa di arte e spiritualità, possa essere un ponte tra culture e provenienze diverse.


Elena, si tratta di un’opera datata 1927 e spesso dimenticata. Perché?

C’è stato ostracismo del mondo operistico nei confronti di Gnecchi ad opera di Strauss. Il mondo operistico è un sistema particolare che a volte decide di accoglierti ed altre volte, se perdi credibilità o appoggi, ti chiude la porta. Purtroppo. Grazie all’infaticabile lavoro della cara amica e splendida artista Denia Mazzola Gavazzeni, molti compositori dimenticati hanno ricevuto il giusto spazio con le loro opere rare. È un’operazione “pro veritate” e Denia ne è mentore, interprete, direttore artistico, revisore e mette tutto il suo genio creativo al servizio dei compositori ingiustamente dimenticati.


Il repertorio operistico, tuttavia, è profondamente radicato nella cultura europea. Crede che l’opera possa parlare anche a pubblici culturalmente distanti come quelli del Medio Oriente e del Nord Africa e che possa dialogare tecnicamente con le scale modali e le ornamentazioni tipiche della musica araba?

L’opera parla ai cuori, il cuore dell’essere umano non ha provenienza, parla linguaggi di bellezza e amore che sono per tutti.


Il Mediterraneo è da sempre uno spazio di scambio artistico e spirituale. Ha mai sentito nella sua interpretazione e sperimentazione vocale un’influenza o un’eco delle culture che si affacciano su questo mare?

Sempre e profondamente; anche istintivamente nelle mie improvvisazioni vocali.

Molte culture arabe attribuiscono alla voce un valore quasi sacro, legato alla poesia e alla spiritualità.


Che rapporto ha lei con la dimensione emotiva e spirituale del canto?

Per me è vitale, imprescindibile e presente in ogni cultura. Ho amici di tutte le religioni e credo che il dialogo interreligioso si possa fare anche - e soprattutto - attraverso le arti che dicono l’universale, come la musica. Le arti sono un territorio di condivisibile bellezza.


È anche un’apprezzata acquerellista a livello internazionale. Si tratta di acquerelli astratti e visionari ispirati alla natura, realizzati anche su capi di alta moda. Fanno parte di collezioni private in Europa, Stati Uniti e Australia. Le piacerebbe dialogare in tal senso anche con il mondo arabo?

Certamente. I miei linguaggi artistici sono universali ed io sono affascinata dal mondo arabo da sempre: i colori dei tramonti, delle spezie, sono commuoventi; il deserto è commuovente.


Per concludere, che consiglio darebbe a giovani cantanti del mondo arabo che desiderano avvicinarsi alla lirica occidentale senza rinunciare alla propria identità musicale?

Consiglio di studiare molto per avvicinare quest’arte con competenza e di non dimenticare mai le loro radici, anzi suggerirei di proporre esecuzioni di composizioni tradizionali o contemporanee della loro area geografica, come ho fatto io portando all’estero il repertorio vocale da camera italiano, è una operazione musicale che va fatta con fierezza.


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