Il libro e la maceria: Quando la poesia diventa l'ultimo atto di resistenza
- 16 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Maddalena Celano (Assadakah News)
L’8 aprile 2026, tra le polveri soffocanti di Tallet al-Khayat, a Beirut, il ritrovamento del corpo della poetessa Khatun Salma e di suo marito Muhammad Karasht non è stato solo il resoconto di una perdita umana. Accanto a loro, una copia martoriata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig è diventata il simbolo di un cortocircuito temporale e morale.
L'operazione, denominata con un cinismo quasi profetico "Oscurità Eterna", ha dimostrato ancora una volta che la guerra non colpisce solo obiettivi strategici, ma cerca di cancellare lo spazio stesso dell’immaginazione. Cinquanta caccia e centosessanta bombe in dieci minuti hanno decretato che il luogo in cui Salma viveva e leggeva era "sacrificabile". Ma la poesia, per sua natura, rifiuta il sacrificio del silenzio.
La parola come scudo e come martirio
Khatun Salma aveva affidato ai suoi versi una premonizione che oggi risuona come un testamento:
"Potrei essere la vittima
la martire, se così vogliono
nella fessura un'ascia
nel petto una ferita
tendo la mano destra
poi la sinistra
forse insieme sopravviviamo (...)"
In queste righe si avverte la fragilità del corpo che tenta una difesa impossibile. La mano tesa non ha trovato la salvezza, ma la sua poesia ha trovato la nostra memoria. Il richiamo a Stefan Zweig non è casuale. Zweig scelse il suicidio nel 1942, schiacciato dall'ombra di un'Europa che stava scomparendo sotto il tallone del fascismo. Ritrovare un suo libro accanto a una poetessa uccisa a Beirut nel 2026 suggerisce che l’oscurità contro cui Zweig lottava non è mai stata sconfitta, ha solo cambiato latitudine e strumenti tecnologici.
Una linea di sangue e inchiostro
C'è una continuità tragica che lega Beirut a Gaza, il 2026 al 1972. La storia della letteratura mediorientale è costellata di "morti per parola". Pensiamo a Ghassan Kanafani, assassinato a Beirut nel 1972: non era un soldato, era un narratore. Eppure la sua voce era considerata più pericolosa di un arsenale.
Più recentemente, il 6 dicembre 2023, il mondo ha pianto Refaat Alareer. Poco prima di essere ucciso in un bombardamento mirato, Refaat aveva consegnato al mondo versi che sono diventati un inno di speranza e di accusa:
"Se io devo morire,
tu devi vivere
per raccontare la mia storia...
Se io devo morire
che porti speranza,
che sia un racconto. (...)"
Insieme a lui, voci come quelle di Heba Abu Nada e Omar Abu Shawish sono state ridotte al silenzio fisico, ma le loro opere continuano a circolare come "messaggi in bottiglia" lanciati dalle macerie. Il fascismo, in ogni sua epoca e incarnazione, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi perché nominano le cose. Nominare l’orrore significa togliergli l'alibi della fatalità; significa ricordare che ogni "obiettivo" ha un nome, una biblioteca e una voce.
La Voce oltre il Numero
La strategia della "Oscurità Eterna" fallisce proprio dove crede di trionfare. Se l'obiettivo è trasformare le persone in statistiche e le case in macerie, l'immagine di quel libro di Zweig sfregiato accanto al corpo di Khatun Salma produce l'effetto opposto. Riporta l'umano al centro del conflitto.
Il poeta non muore mai del tutto finché c'è qualcuno pronto a raccogliere quel libro strappato. Come ha scritto Tahar Lamri, Khatun Salma è diventata un racconto. E i racconti, a differenza delle mura di cemento, non possono essere abbattuti dai caccia bombardieri. La resistenza oggi passa attraverso la lettura di quei versi che qualcuno ha tentato di seppellire, ricordandoci che la cultura non è un lusso dei tempi di pace, ma l'unico ponte che ci resta per attraversare l'oscurità.





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