La Palestina oltre il silenzio
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Oltre il silenzio: Le ragioni storiche e morali dell'autodeterminazione Palestinese
Maddalena Celano (Assadakah News) - La questione palestinese non può essere ridotta a un semplice confronto tra fazioni, né a una cronaca di eventi bellici isolati. Essa rappresenta, nel profondo, una delle più grandi ferite aperte della modernità: il lungo e doloroso percorso di un popolo alla ricerca del proprio riconoscimento e della propria terra. Sostenere oggi la causa palestinese significa abbracciare un’istanza di giustizia che affonda le radici nel diritto internazionale e in un’etica dell’umanità che non può ammettere zone d’ombra.
La memoria come atto di resistenza
Per comprendere il presente, è necessario guardare alla genesi del trauma collettivo palestinese. Fin dal 1948, con quella che è passata alla storia come la Nakba (la catastrofe), centinaia di migliaia di persone sono state sradicate dalle proprie case, trasformandosi in una nazione di profughi. Questa condizione non è rimasta cristallizzata nel passato, ma si è riprodotta attraverso decenni di occupazione militare, espropriazioni e frammentazione territoriale.
L’argomentazione a favore della Palestina non nasce da un pregiudizio, ma dalla constatazione di una sproporzione sistematica: da un lato uno Stato dotato di uno degli apparati militari più avanzati al mondo, dall’altro una popolazione civile che vive sotto un regime di restrizioni soffocanti. La costruzione di barriere, i check-point che lacerano la continuità geografica della Cisgiordania e l’assedio prolungato della Striscia di Gaza hanno creato una realtà in cui la libertà individuale è un concetto astratto, subordinato a logiche di sicurezza che finiscono per punire collettivamente milioni di innocenti.
Il fallimento della diplomazia e la necessità del diritto
Troppo spesso il dibattito internazionale si è arenato in sterili equilibrismi retorici, dimenticando che esistono parametri legali ben precisi. Le risoluzioni dell'ONU, a partire dalla 242, parlano chiaro: l'acquisizione di territori tramite la guerra è inammissibile e il ritiro dai territori occupati è una condizione imprescindibile per la pace. Sostenere la Palestina significa dunque pretendere che il diritto internazionale non sia un insieme di suggerimenti facoltativi, ma un vincolo per tutti gli attori globali.
L’espansione degli insediamenti coloniali rappresenta il principale ostacolo materiale a qualsiasi soluzione diplomatica. Ogni nuova unità abitativa costruita su terra palestinese non è solo un mattone di cemento, ma un colpo inferto alla possibilità di uno Stato sovrano e contiguo. In questo contesto, la resistenza palestinese – nelle sue forme politiche, culturali e civili – si configura come un legittimo esercizio di difesa della propria identità di fronte a un tentativo di cancellazione geografica e storica.
L'ombra della forca: La nuova legge sulla pena di morte
Negli ultimi giorni di marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che segna un punto di non ritorno: l'introduzione della pena di morte per i prigionieri palestinesi condannati per attacchi classificati come "terrorismo". Questo provvedimento, approvato con 62 voti favorevoli, non è solo una misura punitiva, ma uno strumento di pressione politica che colpisce un popolo già privato della propria sovranità. In un sistema dove il tasso di condanna nei tribunali militari supera il 96%, la pena capitale rischia di diventare un’arma di eliminazione legale dei dissidenti e dei combattenti per la libertà.
Mentre una parte della comunità internazionale osserva con un silenzio che rasenta la complicità, o si limita a richiami formali alla "sovranità", la realtà sul campo parla di una giustizia a due velocità, dove la vita umana viene pesata in base all'appartenenza etnica e politica.
L’iniziativa cinese: Una voce contro l'escalation
In questo scenario di isolamento, la Cina è intervenuta con una presa di posizione netta e significativa. Il 3 aprile 2026, Pechino ha ufficialmente esortato al rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri palestinesi, condannando la nuova legislazione israeliana. Attraverso i suoi portavoce e i media ufficiali come Xinhua, la Cina ha definito questa legge una violazione dei principi basilari del diritto internazionale umanitario e un’applicazione diretta di politiche di apartheid.
L’iniziativa cinese non è solo un atto di solidarietà formale; essa collega la stabilità del Medio Oriente alla fine delle politiche discriminatorie. Pechino ha evidenziato come l’uso della pena di morte contro i detenuti palestinesi non faccia altro che alimentare il ciclo della violenza, allontanando ogni prospettiva di pace e calpestando la dignità umana in nome di un suprematismo che il mondo non può più ignorare.
Per un'umanità senza gerarchie
C’è infine una ragione morale che sovrasta quella politica. Non si può parlare di diritti universali se si accetta che esistano popoli "eccezione", ai quali tali diritti sono negati in nome di una perenne emergenza. La sofferenza dei bambini di Gaza, privati di un futuro sereno e di cure adeguate, o l’umiliazione quotidiana degli anziani che vedono abbattuti i propri ulivi secolari, non sono danni collaterali: sono il cuore di un’ingiustizia che interroga la nostra capacità di indignazione.
Essere solidali con la Palestina significa rifiutare l’idea che la sicurezza di una nazione possa fondarsi sull’oppressione di un’altra. La vera pace può germogliare solo in un terreno dove la giustizia è uguale per tutti, dove non esistono cittadini di serie A e di serie B, e dove il diritto al ritorno e alla dignità è garantito. È un impegno che richiede coraggio intellettuale: quello di denunciare l’apartheid e di immaginare un futuro in cui il Mediterraneo non sia più il confine di un’occupazione, ma il ponte verso una coesistenza basata sul mutuo rispetto e sulla fine di ogni colonialismo.
La storia, alla fine, darà ragione a chi ha scelto di stare dalla parte della dignità umana. La libertà della Palestina non è solo una necessità per i palestinesi, ma un test di credibilità per l'intero mondo civile.




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