Gaia Zucchi, Ambasciatrice della Fiaccola della Pace

(Assadakah News - Lisa Bernardini) Un nuovo e prestigioso riconoscimento per Gaia Zucchi, attrice, autrice, scrittrice e sceneggiatrice: è stata a Roma tra le protagoniste, nella serata del 16 settembre, della VI edizione del Premio Internazionale San Giovanni Paolo II – Gran Galà per la Pace.
Nel corso dell'evento le è stato assegnato il titolo simbolico di Ambasciatrice della Fiaccola della Pace, riconoscimento che intende premiare il suo costante impegno nel sociale, nella promozione della cultura e nella tutela dei diritti umani.
Presidente dell’associazione Polissena C’è – Mai più Dimenticate, Gaia Zucchi è da anni in prima linea a fianco delle persone più fragili e di chi vive situazioni di marginalità. L’associazione, da lei fondata insieme a Daniela Rinaldini e Vincenzo Esposito, realizza progetti e iniziative contro ogni forma di violenza, promuovendo inclusione, ascolto, dignità e difesa dei diritti. La incontriamo per una intervista su questo riconoscimento, che la rende molto orgogliosa.

Lei è un’attrice, ma anche una donna molto attenta alle tematiche sociali e ai diritti civili. Quando è nata questa sua sensibilità e quanto ha influito sul suo percorso professionale?
Sin da ragazza, con la maturità di cominciare a guardarmi attorno. E questo ha avuto il suo riflesso anche nel percorso professionale.
Che cosa significa oggi, concretamente, parlare di diritti civili? E quali sono, secondo lei, quelli che hanno ancora più bisogno di essere difesi?
Oggi ci stiamo abituando a sentir parlare di cultura “woke”, spesso con aria di sufficienza da parte di certi ambienti, parola che poi significa letteralmente “sveglio”, ed indica una forte consapevolezza riguardo alle ingiustizie sociali, al razzismo, al sessismo e alle discriminazioni contro le minoranze. Oggi, però, non dobbiamo escludere i diritti sociali che riguardano la sfera del lavoro, lo sfruttamento e la sicurezza in un mondo che va sempre più alla deriva e con forme di precarizzazione devastante.
La parola “pace” viene spesso pronunciata, ma rischia di diventare uno slogan. Che significato ha per lei, nella vita quotidiana, essere una persona di pace?
Abbiamo vissuto un secondo dopoguerra chiamato di “pace”, fatto in realtà di guerre continue fino ai giorni nostri. Come si fa a parlare di pace? Certo, c'è la “pace interiore”, ma non va confusa con distacco qualunquistico. La pace c'è quando si riesce a convivere, e questo dovrebbe valere dal condominio fino al piccolo mondo in cui dobbiamo vivere.
Può l’arte contribuire realmente a costruire una cultura della pace, oppure il suo ruolo è soprattutto quello di raccontare ciò che accade nella società?
E' importante raccontare ciò che accade nella società. Si può contribuire con l'arte a creare o arricchire consapevolezza, e questo può contribuire anche a costruire una “cultura della pace”.
Quanto è importante che un artista non rimanga estraneo alle problematiche del proprio tempo e scelga, quando necessario, di prendere posizione?
Non si può restare estranei a quello che succede nel mondo in cui si vive, è importante contribuire ad una cultura di responsabilità e consapevolezza, ma bisogna anche stare attenti a non farsi strumentalizzare e, soprattutto, a non trasformare in mera merce dei contenuti sensibili o importanti, mantenendo viva la propria genuinità ed autenticità.
Quanto il lavoro di un’attrice può aiutare il pubblico a guardare la realtà da una prospettiva diversa?
La creatività e le competenze di ognuno sono un aiuto indispensabile per aiutare il pubblico verso una presa di coscienza e consapevolezza, che può essere poi impiegata verso scelte sostenibili, di rispetto e di emancipazione condivisa.
Viviamo un’epoca caratterizzata da guerre, violenze, discriminazioni e profonde divisioni. Qual è, secondo lei, il primo passo che ciascuno di noi dovrebbe compiere per contribuire alla pace?
Smetterla col consenso verso chi di fatto produce violenze, discriminazioni e profonde divisioni, quindi guerre. Non vedo altri primi passi concreti.
Quanto incidono le parole? Un artista, un giornalista, un personaggio pubblico possono contribuire a pacificare gli animi, oppure anche una comunicazione sbagliata può alimentare conflitti?
Dipende da chi le pronuncia quelle parole. Per essere onesti, le parole possono essere sagge ma morire nel vuoto; essere tremende e far trendy e monetizzazione. Va anche riconosciuto che, se chi le esprime non incide mediaticamente, quelle stesse parole - brutte o buone che siano - di fatto è come se non esistessero.
Diritti civili e pace sono, a suo avviso, due concetti inseparabili? C’è una battaglia per i diritti civili che sente particolarmente vicina e che vorrebbe vedere finalmente compiuta?
La pace c'è quando c'è pace sociale; se la gente è disperata, dei diritti formali cosa se ne fa? Sono cose che devono andare insieme. Un diritto civile che di fatto non è ancora compiuto è quello alla salute. A causa di tantissimi fattori. La si può girare come si vuole ma, di fatto, oggi ne abbiamo la riprova cruda e reale.
Quale responsabilità hanno oggi il cinema, il teatro e la televisione nel trasmettere alle nuove generazioni il rispetto dell’altro, delle differenze e della dignità umana?
Una responsabilità immensa, specie in un mondo fatto anche da emulazioni. Cinema, teatro e tv devono formare ed educare, anche alla diversità e verso tutto ciò che possa rappresentare arricchimento evolutivo e culturale.





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