Il bullismo tra individuo e strutturaUna lettura sociologica del film “Il cielo che si spegne nel mare”
- 3 feb
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Marwa Elkhyal
Il bullismo non può essere interpretato come un comportamento individuale isolato, ma va compreso come il risultato di una rete complessa di relazioni sociali, modelli educativi e meccanismi di esclusione che operano silenziosamente all’interno dei gruppi. In questa prospettiva, “Il cielo che si spegne nel mare” si configura come un’esperienza cinematografica che supera il racconto drammatico per diventare uno spazio di riflessione sociologica sulla fragilità dell’adolescenza nella società contemporanea.

La prima visione del film si è svolta presso il Cinema The Space di Piazza della Repubblica a Roma, alla presenza dei giovani protagonisti del progetto, delle loro famiglie e di rappresentanti delle istituzioni locali, tra cui la Vice Sindaca di Oriolo Romano, Francesca Giustini, e l’Assistente Sociale Sara Carones, figura centrale nel coordinamento del percorso educativo da cui il film ha preso forma. Questo contesto istituzionale e comunitario ha rafforzato il valore simbolico dell’opera, collocandola sin dall’inizio in uno spazio di condivisione e responsabilità collettiva.Il film si concentra su una fase della vita particolarmente delicata, in cui l’identità è ancora in costruzione e il bisogno di riconoscimento e appartenenza si fa più urgente. Attraverso la storia dei due fratelli adolescenti, Giorgio e Andrea, lo spazio scolastico – tradizionalmente deputato alla socializzazione positiva – emerge come luogo di riproduzione delle disuguaglianze e delle relazioni di potere, dove la violenza si manifesta soprattutto in forme simboliche: derisione, isolamento, stigmatizzazione.

Il bullismo, così come rappresentato nel film, non si esaurisce in atti di aggressione esplicita, ma assume la forma di un processo cumulativo, alimentato dal silenzio collettivo e dall’assenza di interventi tempestivi. Quando il gruppo osserva senza agire, diventa parte integrante del meccanismo di esclusione. Da qui nasce una domanda centrale: dove si colloca la responsabilità? Nell’individuo, nelle istituzioni educative o nella cultura sociale che normalizza il dolore psicologico e minimizza le sue conseguenze?La forza del progetto risiede nella sua autenticità sociale. I giovani protagonisti – tra cui Cristian e Stefano, interpreti dei personaggi principali – non sono semplici attori, ma soggetti attivi di un percorso condiviso, maturato all’interno delle colonie marine organizzate dal Comune di Oriolo Romano a Rimini. Quell’esperienza ha rappresentato una forma alternativa di socializzazione, fondata sulla solidarietà, sul rispetto reciproco e sul sostegno emotivo, in contrasto con modelli competitivi che spesso favoriscono dinamiche di esclusione.In questo contesto, il cinema assume il ruolo di mediatore sociale: non si limita a rappresentare un problema, ma lo rende visibile, discutibile, collettivo. Il film non offre soluzioni immediate, ma apre uno spazio di riflessione critica, soprattutto quando viene portato nelle scuole, luogo in cui l’educazione formale incontra la quotidianità vissuta dagli adolescenti.

La proiezione del film nelle scuole il 6 febbraio, in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo, assume un forte valore simbolico e pedagogico. Integrare il linguaggio cinematografico nel percorso educativo significa riconoscere all’arte una funzione formativa: la visione condivisa, seguita dal confronto, contribuisce a rompere il silenzio e offre agli studenti strumenti per nominare e comprendere esperienze spesso vissute in solitudine.Anche la scelta di Oriolo Romano come luogo delle riprese assume un significato sociologico rilevante. Un piccolo centro diventa metafora di una realtà universale: il bullismo non è prerogativa delle grandi città, ma emerge ovunque vi sia uno squilibrio di potere e una carenza di cultura dell’ascolto e del riconoscimento dell’altro.In definitiva, “Il cielo che si spegne nel mare” propone un modello di cinema sociale capace di indagare le strutture invisibili che alimentano la violenza quotidiana e di sollecitare una riflessione condivisa sui ruoli dell’individuo, della comunità e delle istituzioni.Perché contrastare il bullismo non significa solo punire,ma ricostruire spazi sociali fondati sull’ascolto,sul riconoscimento e sulla responsabilità collettiva.







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