Il Medio Oriente tra il caos dello shock e la decisione del riposizionamento
- 3 feb
- Tempo di lettura: 3 min

✍️ Wael Al-Mawla (Assadskah News) – scrittore e giornalista
Ciò che sta accadendo oggi in Medio Oriente va oltre la logica della tradizionale escalation e della gestione delle crisi. Ci troviamo di fronte a un momento spartiacque, in cui lo shock viene utilizzato come strumento per riordinare il quadro regionale, non per porre fine alle sue crisi. La domanda non è più se la regione stia andando verso il caos o verso una decisione definitiva, ma in che modo il conflitto verrà riprodotto con nuovi strumenti e nuovi equilibri.
Al centro di questo approccio si colloca la dottrina di Donald Trump, fondata sulla gestione del conflitto al minor costo possibile. Il Medio Oriente, nella sua visione, non è più una priorità strategica quanto piuttosto un pesante fardello che ha drenato gli Stati Uniti per decenni. Per questo, la minaccia della guerra — in particolare contro l’Iran — non mira a uno scontro totale, bensì a provocare uno shock limitato che rompa le regole d’ingaggio e consenta un riposizionamento sotto il titolo di “ripristino della deterrenza”.
La guerra contro l’Iran, se dovesse avvenire, non va letta come un fine in sé, ma come un ingresso organizzato nella produzione del caos. Essa farebbe esplodere la regione, distrarrebbe Cina e Russia dal colmare il vuoto e offrirebbe a Israele un ampio margine di manovra all’interno di un ambiente caotico ma gestito, in cui i conflitti vengono amministrati più che risolti. Qui il caos si trasforma in uno strumento strategico per impedire la formazione di un ordine regionale alternativo al di fuori dell’ombrello statunitense.
Se lo scontro diretto con Teheran dovesse risultare impraticabile, l’Iraq emergerebbe come arena alternativa di logoramento. È evidente l’esistenza di un orientamento americano volto a ricompattare e poi smontare il quadro interno politico e di sicurezza, trasformando l’Iraq in un punto debole attraverso cui logorare l’Iran, sul modello dell’usura inflitta alla Russia in Ucraina, ma con strumenti meno costosi e più facilmente frangibili.
Questo approccio non implica un ritiro totale degli Stati Uniti, bensì il passaggio da un’egemonia diretta a una gestione a distanza: Washington riduce la propria presenza militare, ritira le basi da Siria e Iraq, mantiene Israele in posizione avanzata fornendo copertura politica e tecnologica, mentre le potenze regionali sopportano i costi e le conseguenze dei conflitti.
Al tempo stesso, lo shock potrebbe diventare un varco per soluzioni forzate. L’escalation, quando raggiunge il suo apice, viene spesso usata per imporre negoziati sotto pressione. Tuttavia, tali soluzioni, se si concretizzassero, non sarebbero accordi equi quanto piuttosto intese fragili che congelano il conflitto invece di risolverlo.
In questo contesto emerge una preoccupazione americana specifica: l’espansione dei ruoli di Cina e Russia. Pechino potrebbe sfruttare le circostanze attraverso mediazioni economiche capaci di garantire la stabilità necessaria ai propri interessi, come già avvenuto nel riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran; Mosca, dal canto suo, mira a consolidare la propria influenza securitaria e politica senza assumersi l’onere della ricostruzione della regione. Per questo Trump tende a creare ulteriori problemi agli europei nei rapporti con Russia e Cina, per evitare soprattutto un ingresso strutturale della Cina nella regione.
Così i percorsi si intrecciano: uno shock americano che prepara il riposizionamento, una follia/caos gestito che disorienta gli avversari e accordi imposti sotto minaccia. Il vero pericolo, però, non risiede nella guerra o nella pace, bensì nella loro combinazione dentro una formula che produce accordi fragili su un terreno caotico.
In conclusione, il Medio Oriente non si avvia verso una stabilità duratura, ma verso una fase di transizione opaca, in cui i conflitti vengono gestiti più che risolti. Una fase che potrebbe essere presentata in seguito come una “decisione storica”, mentre in realtà rappresenta un riciclaggio della crisi con strumenti nuovi e attori diversi.





Commenti