‘Imam deve morire', il libro di Vincenzo Amendola
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Talal khrais

Esclusiva per Alahdath 24 in lingua araba, a cura di Talal Khrais
1978, l'Italia è scossa dagli anni di piombo e dal sequestro Moro, quando un'altra scomparsa rende torbide le acque già nere. Musa al- Sadr, Imam leader degli sciiti libanesi, è svanito insieme al suo seguito, le sue ultime tracce sembrano condurre a Roma. Il capitano dei servizi segreti italiani, Roberto Stancanelli riceve dai suoi superiori l'incarico di indagare. Sin dalle prime fasi dell'inchiesta, Stancanelli si convince che l'Imam nella capitale non ci è mai arrivato. Qualcuno lo ha fatto sparire prima, e forse per sempre. L'Imam è caduto in una trappola di Gheddafi? Sono coinvolti i servizi segreti dello Scià? Chi poteva volere la morte di un religioso che da sempre predicava la pace e la convivenza fra popoli e religioni? Per Stancanelli il caso si trasforma in una vera e propria ossessione, anche quando l'indagine viene archiviata e il fascicolo al-Sadr sembra destinato all'oblio. Vent'anni dopo, per il capitano arriva la resa dei conti. La risposta alle domande, che lo perseguitano, arriva in Iran, fra le rovine di un'antica civiltà. Intrecciando verità storica e finzione letteraria, Enzo Amendola mette in scena un grande intrigo internazionale, sulle orme dei classici del genere. Un romanzo che fa riemergere uno dei misteri più fitti dello scorso secolo - passato alla cronaca come il "caso Moro d'Oriente" - con il passo del thriller e la completezza del saggio.

Vincenzo Amendola è nato a Napoli, il 22 dicembre 1973, È deputato alla Camera dei Deputati, al suo secondo mandato (2013-2018 e 2022 ad oggi), nelle fila del Partito Democratico. È membro della Commissione permanente per gli Affari Esteri e l'Unione Europea, capogruppo del Pd in Commissione e membro dell’Assemblea parlamentare Osce.
È stato Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con delega per gli Italiani all'estero e le adozioni internazionali (2016-2018),
Ministro per gli Affari Europei (2019-2021), Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega per gli Affari Europei (2021-2022).
“L’Imam deve morire “edito per Mondadori
(2 edizioni), il suo primo romanzo).
Intervista di Talal khrais a Enzo Amendola
Domanda: Ritieni che la scomparsa dell'Imam Musa al-Sadr sia stata una deliberata decisione politica o il risultato di conflitti regionali?
Risposta: La storia indimenticabile e tragica di Musa al Sadr è dentro un periodo storico di conflitti, opposti estremismi e cambiamenti radicali in Libano e nel Medio Oriente. La sua figura non può essere dimenticata poiché la carica di pacifismo si sprigionava proprio nel mentre la regione cadeva in un abisso di violenza e brutalità. La scomparsa è dovuta allo scoppio di contrapposizioni che lui rifiutava sempre nel nome della convivenza tra popoli e religioni.
Domanda. Cosa ti ha portato ad adottare l'ipotesi che la scomparsa dell'Imam fosse una cospirazione volta a prolungare la guerra civile libanese?
Risposta: Il mio libro è un romanzo per far risaltare la postura “rivoluzionaria” di Musa al Sadr davanti all’esplodere della guerra civile libanese nel contesto del conflitto arabo israeliano. L’Imam voleva costruire ponti di dialogo e soluzioni politiche che tenessero unito il Libano. Ma questa sua opera aveva troppi nemici interni ed esterni che prediligevano lo scontro armato. Su tutti, l’azione di Gheddafi che a ridosso degli accordi di Camp David decise di ergersi a leader del fronte armato di un suo disegno nel mondo arabo.
Domanda: In che misura hai fondato la tua narrazione su documenti o dati storici, e dove inizia il ruolo dell'immaginazione letteraria?
Risposta: Il mio romanzo si basa sulla documentazione e archivi italiani, come quello dell’ex Presidente Andreotti, poiché la Libia accusò l’Italia di aver ospitato l’Imam Musa al Sadr e i suoi collaboratori, a Roma in quel maledetto agosto del 1978. Non a caso nacque un caso giudiziario tra Italia e Libia con ben quattro sentenze della magistratura che posero la parola fine al contenzioso solo alla morte di Gheddafi. Ma su questa vicenda storica ho costruito un romanzo accessibile a chi non conosce la storia dell’Imam, in Italia e Europa per esaltare la sua profetica missione.
Domanda: perché hai scelto di affrontare la questione in un formato narrativo con il titolo "L'Imam deve essere ucciso" invece di presentarla in un libro documentario politico?
Risposta: Spesso i saggi sono per un pubblico ristretto, a me interessava rendere popolare la storia e il mistero della scomparsa di Musa al Sadr, farlo indirizzandomi ad un pubblico giovane che ha vissuto gli ultimi anni di guerra nella regione tra lo sconforto, un sentimento di rabbia e impotenza. Raccontare dell’Imam invece è una dimostrazione di una speranza mai morta, di unione tra i popoli e le religioni nella culla della civiltà europea.
Domanda: Quali sono le implicazioni del collegamento del caso dell'Imam al-Sadr agli "Anni di piombo" in Italia?
Risposta: quando l’imam scomparve nel 1978, l’Italia era in ginocchio per l’uccisione di Aldo Moro, per la morte in poche settimane di due Papi, per la violenza di gruppi armati di destra e sinistra. Un periodo buio della storia nazionale, ma nonostante questo la scomparsa dell’Imam, con le interferenze libiche a Roma, non fermarono la ricerca del corpo di Musa al Sadr. Soprattutto nel mondo cattolico sì levò il bisogno di proteggere una figura religiosa così preziosa.
Domanda: I tuoi dati indicano la responsabilità diretta del regime libico dell'epoca o stai aprendo la porta a ipotesi più ampie che includono altri attori regionali?
Risposta: Il mio compito in questo romanzo è solo descrivere la forza di quel suo messaggio ecumenico e pacifista tra Libano, Libia e Italia. È evidente che coloro che volevano la sua scomparsa vanno ricercati nei nemici della pace in Medio Oriente.
Domanda: Come interpreta la possibilità del coinvolgimento di agenzie di intelligence, non libiche nella scomparsa? Ci sono indicatori specifici su cui ha basato questa argomentazione?
Risposta: le sentenze della magistratura italiana non lasciano dubbi. Musa al Sadr non arrivò mai a Roma nel 1978, ma ci fu solo un maldestro tentativo di depistaggio dei servizi libici. Fino ad oggi da Tripoli non è emersa nessuna verità e il mio augurio è che oltre al discusso e contestato scoop recente della BBC possano arrivare nuove notizie su quel periodo. Non escludo che molti servizi segreti della regione ancora custodiscono notizie rilevanti sul caso. Ma ripeto nel mio romanzo oltre la verità storica volevo sottolineare la potenza del messaggio di Musa al Sadr. Messaggio ancora attualissimo.
Domanda: Il personaggio dell'agente Roberto Stancanelli nel romanzo rappresenta un modello realistico degli individui che hanno effettivamente lavorato al caso, oppure è un espediente narrativo utilizzato per interpretare l'evento?
Risposta: Ho scelto un uomo dell’intelligence italiana come veicolo narrativo anche per rendere omaggio ai tanti uomini e donne italiani dei servizi e dell’esercito che nel tempo hanno servito per la pace in Libano, dagli anni ottanta ad oggi. Insieme ai diplomatici, ai cooperanti c’è un’ Italia che da decenni non cede mai alla follia della guerra nella regione, è sempre pronta ad aiutare i costruttori di pace.
Domanda: lunghi anni dopo la scomparsa, cosa a suo avviso, rende il caso ancora politicamente e moralmente rilevante?
Risposta: Musa al Sadr era un religioso immerso tra il popolo, non solo abituato alla preghiera, ma alla difesa degli ultimi, di coloro che erano schiacciati dalla guerra e la violenza. Pregare in una chiesa cattolica, da mussulmano sciita, oggi può sembrare un gesto normale. Ma farlo negli anni settanta quando le trappole dell’odio, la distanza tra fratelli e sorelle dello stesso popolo conduceva alla guerra, era assolutamente rivoluzionario. Un esempio che oggi andrebbe ripreso e raccontato a tutti coloro che usano la religione come strumento di potere e sopraffazione dell’uomo sull’uomo.
Domanda: Crede che rivelare la verità oggi possa avere un impatto sulla memoria collettiva sia del Libano che dell'Italia?
Risposta: La mia speranza è che tanti ragazzi che hanno pianto per le brutalità viste in tv negli ultimi anni, da Gaza a Beirut, capiscano che la guerra non è l’unica soluzione, non è la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra è semplicemente la morte della politica e delle soluzioni per una pacifica convivenza.
Domanda: Quale messaggio intendeva trasmettere descrivendo il caso come il "Moro d'Oriente"?
Risposta: Come Aldo Moro, anche Musa al Sadr, in un altro scenario non paragonabile, voleva costruire ponti di dialogo e scelte a favore della cooperazione. Triste destino, proprio gli uomini dediti alla pacificazione vengono stritolati dagli opposti estremismi.
Domanda: Alla luce della sua ricerca, ritiene che la verità sia nota ad alcuni, rimanga politicamente oscurata?
Risposta: Credo che gran parte della verità sia da scrivere anche per rendere giustizia ai familiari di Musa al Sadr, dei suoi accompagnatori Yacoub e Bededrinne. Io sono solo un narratore, non ho poteri investigativi, ma non mi rassegno all’oblio o alla dimenticanza di chi ha avuto il coraggio di professare valori universali dinanzi all’abisso dei conflitti armati. C’è una verità storica e al contempo l’immortalità del messaggio di pace impersonificato da Musa al Sadr.




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