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Khojaly: le due narrazioni e il ricordo in Senato

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Letizia Leonardi ( Assadakah News) - A trentaquattro anni dai fatti del 25-26 febbraio 1992, il Senato della Repubblica ha ospitato nella Sala di Santa Maria in Aquiro l’incontro “Khojaly 34 anni dopo: memoria e giustizia sulla via per la riconciliazione”, dedicato alla tragedia avvenuta nella città azera di Khojaly durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh, dopo la dissoluzione dell’URSS per il controllo della regione a maggioranza armena.

Secondo la ricostruzione ufficiale dell’Azerbaijan, quella notte furono uccise 613 persone, tra cui donne, bambini e anziani, mentre cercavano di lasciare la città sotto assedio. Baku definisce l’episodio un crimine contro l’umanità e ne fa uno dei cardini della propria memoria nazionale. Nel dibattito romano è stato ribadito il valore della memoria come premessa per la riconciliazione, ma la ricostruzione dei fatti resta ancora oggi oggetto di una profonda frattura narrativa tra le parti coinvolte.

Khojaly era un punto strategico, sede dell’unico aeroporto della zona. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 le forze armene conquistarono la città. Durante la fuga dei civili si verificò l’uccisione di centinaia di persone. Organizzazioni come Human Rights Watch, nei rapporti degli anni Novanta, parlarono del più grave massacro di civili del conflitto, pur senza utilizzare la qualificazione giuridica di genocidio.

Per Baku si trattò di un attacco deliberato contro civili in fuga, senza un corridoio umanitario sicuro. La cifra ufficiale di 613 vittime è quella ripetuta ogni anno nelle commemorazioni statali. La responsabilità viene attribuita alle forze armene e alle milizie del Karabakh.

Alla versione azera si contrappone quella armena che respinge la colpa e l’accusa di massacro pianificato contro civili.

Secondo Yerevan e secondo le autorità armene del Karabakh dell’epoca l’operazione su Khojaly fu un’azione militare contro una postazione strategica; la popolazione civile sarebbe stata invitata, nei giorni precedenti, ad abbandonare l’area e sarebbe stato predisposto un corridoio umanitario per consentire l’evacuazione verso territori sotto controllo azero.

La tesi armena sostiene che gran parte delle vittime sarebbe caduta sotto fuoco azero nel caos della ritirata, anche perché nel flusso dei civili si sarebbero mescolati combattenti e disertori armati. Secondo questa ricostruzione, la situazione sul terreno sarebbe stata caratterizzata da confusione, linee di fuoco incrociate e perdita di controllo.

A sostegno di questa lettura vengono citate, nel dibattito pubblico armeno, dichiarazioni attribuite all’allora presidente azero Ayaz Mutallibov, il quale in un’intervista rilasciata dopo la sua uscita di scena avrebbe lasciato intendere che la tragedia fosse stata strumentalizzata politicamente nella lotta interna al potere a Baku.

Viene inoltre ricordata la vicenda del giornalista azero Eynulla Fatullayev, che negli anni successivi pubblicò analisi critiche sulle responsabilità e sulle dinamiche dell’episodio, subendo poi conseguenze giudiziarie nel proprio Paese. Il suo caso è spesso citato come elemento che dimostrerebbe l’esistenza, anche in Azerbaijan, di versioni non coincidenti con quella ufficiale.

Circola inoltre, ma non è supportata da inchieste internazionali definitive, una versione raccolta da militari armeni partecipanti all’operazione, secondo cui le autorità azere dell’epoca non avrebbero dato adeguata diffusione alla possibilità di evacuare attraverso il corridoio umanitario, con l’obiettivo di trasformare l’episodio in uno strumento di mobilitazione politica interna e internazionale contro gli armeni.

Il punto centrale resta questo: non vi è mai stata un’inchiesta internazionale con pieno accesso a tutte le fonti militari e governative delle parti coinvolte. Questo ha lasciato spazio a due narrazioni contrapposte che, nel tempo, si sono irrigidite.

Per l’Azerbaijan, Khojaly è una strage deliberata contro civili.Per l’Armenia, è una tragedia maturata in un contesto di guerra, la cui dinamica è stata poi politicizzata.

La memoria di Khojaly si intreccia con le ferite più recenti. Dopo l’operazione azera del settembre 2023 che ha riportato il Nagorno-Karabakh sotto il controllo di Baku, circa 120.000 armeni hanno lasciato la regione rifugiandosi in Armenia. Anche questo esodo pesa oggi nel dibattito sulla riconciliazione.

Se si parla di memoria e giustizia, non si può ignorare che entrambe le popolazioni abbiano vissuto lutti, espulsioni e traumi profondi. E resta aperta una questione fondamentale: senza un lavoro serio e condiviso sulla verità storica, ogni commemorazione rischia di diventare uno strumento politico anziché un passo verso una pace reale. E sarebbe opportuno che, per par condicio,  il Senato della Repubblica ospiti anche la parte armena

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