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La Lingua Araba: mia compagna di vita

  • 10 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Arianna Rita Scuderi

 

Arianna
Arianna

Difficile spiegare da cosa scaturisca l’interesse per una lingua o una cultura profondamente diversa dalla nostra. Potrei affermare che il mio interesse per la lingua Araba è nato ancor prima di scoprirla e si è sviluppato più come un’attitudine ovvero una propensione naturale legata alla mia indole. Mossa sin da bambina da una grande curiosità per la “diversità culturale” infatti, ho sempre nutrito un’attrazione particolare per la civiltà egizia e in particolare per il “mistero” che ruotava attorno alla scrittura geroglifica: gli ideogrammi usati dagli antichi Egizi per decorare i muri interni delle Piramidi e raccontare le vite straordinarie dei faraoni. In questo sogno fatto di cieli stellati, palme, oro e unguenti, la mia mente si perdeva a ricopiare quei simboli sconosciuti ma pieni di spiritualità.

La mia “scoperta” della lingua Araba è iniziata dalla scrittura, i cui segni trasmettevamo un’idea di semplicità e purezza e mi iniziavano alla profondità di una lingua ricchissima dal punto di vista semantico e lessicale. Le parole fluivano con i loro suoni melodiosi e nutrivano il mio spirito. Mentre mi affacciavo per la prima volta alla cultura in cui si esprimeva quella lingua, ho capito subito che la lingua araba, così complicata agli occhi di tutto il mondo, fosse in realtà molto semplice nei suoi concetti e particolarmente adatta ad esprimere i sentimenti umani in un modo poetico e quasi etereo. A ciò si univano i versetti salmodiati del Corano, che incantavano per la scelta dell’Arabo classico (la lingua “Fusha”) l’unica degna di veicolare la Voce di Dio.

Dicono che la lingua araba “apra delle porte” nel mondo del lavoro ma io amo immaginarle di legno intarsiato con sopra la manina di Fatima, come quelle che ho visto nel mio ultimo viaggio in Marocco. Alcune, ovvero le porte che restano ancora chiuse riserbano degli scenari inaspettati, proprio quelli che mi hanno portato più volte a interrogarmi sul valore di questa lingua e su cosa essa rappresenti davvero nella mia vita. Il suo mistero si intreccia con i suoi significati, il suo modo di concepire la vita, semplicemente il suo esistere per dar voce a ciò che abbiamo dentro di noi.

Mi piace pensare che tutto sia legato al concetto di “hanin” di cui tanto hanno parlato i poeti, la nostalgia della propria terra e l’attaccamento ai propri valori forse troppo spesso mal interpretati. La lingua araba è per me l’emblema di una nostalgia languida e perenne che mi porta lontano ma mi mantiene profondamente salda e attaccata a tutto ciò che mi è sempre appartenuto. Essa è l’espressione più alta e più bella della mia stessa identità, è tutto ciò che sono, che ho e che posso dare. Mi sostiene in tutti i momenti della mia vita e mi sta accanto come una compagna silenziosa e affettuosa, pronta a consolarmi quando rimango delusa o smarrita per la mancanza di un senso nelle cose e nel mondo. Ed è sempre lì quando voglio sognare ad occhi aperti. La sua esistenza mi conforta ed è la “medicina” dell’anima. Tutte le volte che riesco a pronunciare una frase spero davvero che possa “guarire” ed essere utile a chi mi ascolta e soprattutto che possa suscitare nell’altro lo stesso magnifico effetto che suscita in me.

Roma, 9/02/2026


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