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La musica araba alle radici dell’identità europea…dall’oud alla chitarra

  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Wael Al Mawla – Scrittore e giornalista


 Con il ricorrere dell’anniversario della scomparsa di Sayed Mekkawi, uno dei più grandi compositori arabi ed egiziani, venuto a mancare nel mese di maggio, tornano a riaffiorare gli interrogativi sull’estensione dell’influenza della musica araba oltre i suoi confini geografici e su come le melodie dell’Oriente siano penetrate nella struttura profonda della musica europea, in particolare in Italia e nel suo Mezzogiorno.

 

La musica europea, così come la conosciamo oggi, non è stata il prodotto chiuso dei soli confini del continente, bensì il risultato di una lunga interazione con le civiltà del Mediterraneo. Tra queste, la civiltà arabo-islamica ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione di una parte significativa della memoria musicale europea, soprattutto in Italia meridionale.

 

Fin dal Medioevo, la Sicilia e Andalusia rappresentarono due punti essenziali dello scambio culturale tra Oriente e Occidente. In quel periodo la musica non era soltanto un’arte ricreativa, ma un linguaggio di civiltà che viaggiava insieme al commercio, alle scienze e alla filosofia. Fu così che nel Sud Europa si diffusero elementi musicali di origine araba, tra cui la struttura modale, il ritmo ripetitivo e uno stile vocale fondato sulla narrazione emotiva.

 

Uno dei ponti musicali più importanti fu l’oud, che attraverso l’Andalusia e la Sicilia contribuì successivamente alla nascita del liuto europeo, dal quale si svilupparono altri strumenti a corda, fino alla moderna chitarra. Questo passaggio non rappresentò soltanto il trasferimento di uno strumento, ma l’introduzione di un’intera filosofia sonora basata sulla modulazione e sull’espressione emotiva, oltre la sola rigidità ritmica.

 

Nel Sud Italia alcune forme della tradizione popolare, come la tarantella, continuano ancora oggi a riflettere questa stratificazione storica attraverso ritmi circolari, ripetizioni melodiche ed esecuzioni collettive che, nello spirito, richiamano il canto orientale. Ciò non significa che la musica italiana abbia origini arabe, ma piuttosto che essa custodisce livelli storici di influenze reciproche sedimentatesi nel corso dei secoli.

 

In epoca contemporanea, questa interazione è diventata oggetto di studio accademico in Europa, dove la musica araba viene insegnata come parte del patrimonio culturale condiviso del Mediterraneo e non come un fenomeno esterno. Sebbene l’influenza di artisti come Sayed Mekkawi non sia stata diretta nella struttura musicale italiana, le sue opere rappresentano la continuità viva di uno spirito musicale arabo che ha lasciato il segno nella sensibilità umana più ampia e ha ridefinito la memoria popolare egiziana in una forma artistica senza tempo.

 

In conclusione, il rapporto tra musica araba ed europea non è una relazione di influenza unidirezionale, bensì un lungo intreccio storico che ha trasformato il Mediterraneo in uno spazio musicale condiviso, dove le voci si intrecciano così come si intrecciano le civiltà.

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