Moldova e Armenia, banco di prova per Putin?
- 28 mag
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Assadakah News - Per capire la tenuta reale di Vladimir Putin e del discorso che porta avanti da tempo bisogna, guardare oltre l'Ucraina, ad altri due Paesi di quello che Mosca continua a considerare il suo “estero vicino”, cioè Moldova e Armenia. Come stanno facendo in questo periodo gli analisti politici e militari dei Paesi interessati a comprendere le reali intenzioni, la disponibilità e soprattutto la capacità a difendere le politiche di proiezione e potenza declamate, del presidente russo.

Dopo aver perso senza fare una piega l'influenza sulla Siria e il controllo delle due basi militari, le uniche due di Mosca su un 'mare caldo', di Tartus e Hmeimim, Putin andrà oltre gli ultimatum formulati ieri dal Consigliere per la politica estera del Cremlino Yuri Ushakov, secondo cui Erevan deve scegliere se fare parte dell'Unione euroasiatica o dell'Unione europea, e il giorno prima dal ministro dell'Energia Sergei Tsivilev, sulla possibile sospensione dell'accordo bilaterale per le forniture di gas, petrolio e diamanti del 2013 (la Russia vende all'Armenia l'85% del gas importato, il 62% dei prodotti petroliferi e il 50% dei diamanti acquistati)? E per ostacolare la road map di Chisinau per riprendere il controllo della striscia di territorio schiacciata fra il fiume Dnepr e l'Ucraina, la Russia metterà davvero in campo misure aggressive da manuale preannunciate il mese scorso dal Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Sergej Shoigu, secondo cui la sicurezza dei cittadini russi residenti in Transnistria è minacciata e la Russia impiegherà tutti i mezzi necessari per proteggerli? Al momento, l'unica azione varata dalla Russia è l'apertura di un percorso accelerato per la concessione di passaporti ai residenti della Trasnsnistria.
La reazione del Cremlino sull'Armenia - dove lo scorso anno il Parlamento ha approvato il percorso di avvicinamento del Paese all'UE e dove a inizio maggio si è tenuto il primo vertice Armenia-Ue - è tema in discussione proprio in queste ore in Kazakistan, dove venerdì si terrà il vertice dell'Unione euroasiatica e dove, prudentemente e significativamente, il Premier armeno Nikol Pashinyan non sarà presente (al suo posto ad Astana ci sarà solo il vice Premier Mher Grigoryan. Sarà evidente dopo il 7 giugno, data delle elezioni legislative in Armenia cruciali per la collocazione geopolitica del Paese caucasico. E in questo contesto di apparente déjà vu vale la pena ricordare che nel 2013, non era solo l'Ucraina a voler sottoscrivere un Accordo di associazione e libero scambio con l'Unione Europea, nel quadro del programma della Partnership per l'Europa orientale. Intendeva farlo anche l'Armenia che però si tirò indietro all'ultimo momento, a settembre di quell'anno, in seguito alle pressioni di Mosca che a Kiev invece portarono gli ucraini in piazza. Erevan aderì invece proprio allora all'Unione euroasiatica.

In Moldova è in atto da tempo un processo sottotraccia. Chisinau sta cercando di riprendere gradualmente il controllo sulla regione separatista che si descrive come filorussa, un passo anzi più passi alla volta, frutto di una politica a lungo termine riassunta in un documento interno trapelato, e mai smentito, lo scorso marzo e che si conta di completare entro il 2028, quando sarà annunciata la data dell'adesione della Moldova nell'Unione europea, dove il Paese intende entrare con ripristinata integrità territoriale e piena sovranità due anni dopo.
Chisinau sta operando per riprendere il controllo della Transnistria di fatto indipendente dal 1992, quando Mosca inviò il generale Aleksandr Lebed, comandante della 14esima armata, a mediare una soluzione del conflitto civile, uno dei tanti aperti alla periferia della Russia in quel periodo di confusione. Da allora, è in vigore un cessate il fuoco e stazionano in Transnistria non più di 1.500 soldati russi come 'caschi blu', un contingente che Chisinau vuole trasformare in missione civile internazionale.
Il contingente è già molto ridimensionato. Le cifre ufficiali non rendono conto delle sue reali dimensioni. E' composto da un centinaio di russi che entrano a rotazione di sei mesi nella regione come turisti - dopo che la Moldova ha chiuso i confini ai soldati russi nel 2022, dopo l'inizio dell'invasione su larga scala dell'Ucraina. Tutti gli altri sono moldovi nati in Transnistria. A molti di loro è stato dato il passaporto russo. "Di fatto, già non sono più forze russe". Chisinau ha inoltre di recente dichiarato personae non grate sei alti ufficiali russi del contingente. Non appena passano il confine, sono espulsi. L'unica via di uscita sarebbe l'Ucraina. "Sono bloccati lì, con le loro famiglie".
Il flusso di energia si è invertito all'inizio del 2025. Dopo la chiusura del gasdotto che, attraverso l'Ucraina, portava in Transnistria gas russo di fatto gratuito, con cui veniva alimentata la centrale elettrica locale che poi vendeva energia alla Moldova, il gas arriva ora nella regione da ovest: viene acquistato sul mercato europeo e inviato a est sulla base di un accordo fra le aziende del gas di Moldova, Transnistria e Ungheria. La quantità è limitata, le forniture frammentate, e il costo è a carico di Mosca, con un prestito a Tiraspol di cui non sono note le condizioni.
La Moldova ha iniziato anche ad applicare le tasse sulle imprese della regione, che costituiva il polo industrializzato del Paese, con strutture attive nella metallurgia, cemento e nel tessile. Ma nel momento in cui hanno dovuto iniziare a pagare l'energia e le tasse, le imprese sono in sofferenza e c'è chi parla di 'scenario Cuba' per parlare della situazione in Transnistria.

"I nodi sono arrivati al pettine". Nel frattempo, si sta accelerando il rafforzamento delle relazioni fra Moldova e Romania, con la riapertura lo scorso aprile di un altro ponte ferroviario di collegamento sul fiume Prut. L'interrogativo è quindi, "cosa farà Mosca? Per questo la situazione viene considerata come una cartina di tornasole delle reali capacità di proiezione e potenza del Cremlino".
Il documento di 14 pagine in inglese intitolato "Basic approaches in the process of the gradual reintegration of the Transnistrian region" non è ufficiale e riflette una inedita posizone pro attiva della Moldova che in tutti questi anni ha invece subito lo status quo imposto da Mosca, cambiamento sollecitato da Bruxelles dopo le elezioni legislative del 2025 e la vittoria del partito filo europeo dell'Azione e della solifdarietà, che ha aperto una finestra di normalizzazione fino almeno fino alla prossima tornata elettorale nel 2028. Il processo di adesione all'Unione europea e quello di integrazione della Transnistria dovranno procedere in parallelo, a velocità e con tappe separate, secondo Chisinau.
Non viene citato nel documento un eventuale statuto speciale per la Transnistria, elemento considerato invece certo in ogni discorso passato sulla Moldova. "La Repubblica di Moldova è l'unico soggetto di diritto internazionale e il territorio della regione della Transnistria costituisce parte integrante della repubblica della Moldova", si sottolinea. Le due parti nella contesa non hanno uguale status, quindi. Una novità, dopo il formato negoziale passato 5+2 (Russia Ucraina, Usa, Ue e Osce + Moldova e Transistria) che ora Chisinau considera "disfunzionale".
"Nel contesto geopolitico attuale, rimane necessario aumentare le pressioni internazionali sulla Russia perché ritiri le sue forze dispiegate illegalmente, e a internazionalizzare e demilitarizzare la sua operazione di peacekeeping", si legge inoltre nel paper. Il dialogo con Tiraspol proseguirà in formato 1+1. L'integrazione della regione, che la Moldova chiede sia affidata a una entità internazionale per un periodo di transizione, sarà però il risultato dell'estensione graduale dell'applicazione dello stato di diritto, vale a dire emendamenti, leggi uniformi e attuazione rigorosa delle norme, incluse quelle fiscali, doganali e commerciali.




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