Craxi in politica estera
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Dalla Prima Repubblica a oggi
Talal Khrais, Pasquale Amato

Al di là dell’ambivalenza di giudizi sull’uomo e sul politico Bettino Craxi, un’analisi oggettiva e scrupolosa deve seriamente tener conto di alcuni aspetti della politica estera italiana degli anni ‘80, periodo che precedette l’avvio delle azioni giudiziarie di Mani Pulite, e quindi la vicenda Tangentopoli e il conseguente tracollo della Prima Repubblica.
All’epoca, Bettino Craxi, nelle vesti di Presidente del Consiglio, mentre gestiva il tentativo di posizionamento dell’Italia a mediatrice tra Unione Sovietica e Stati Uniti (presidenza Reagan) per l’inasprirsi della Guerra Fredda, cercò nel contempo di consolidare un rapporto pacifico con i Paesi del Mediterraneo e di bilanciare l’amicizia con Israele con un equo riconoscimento della causa palestinese.
In una recente intervista a Giorgio Mottola (Report, 3 ottobre 2025), Claudio Martelli ricorda che Craxi arrivò quasi a prendere le difese della Palestina rispetto a Israele perché sosteneva che «l’Italia non è una grande potenza, però è una potenza regionale nel Mediterraneo, e allora qui deve farsi sentire, qui ha la sua terra, la sua vita, e quindi deve cercare un rapporto pacifico con tutti coloro che abitano nel Mediterraneo».
È peraltro famoso il discorso in tema di politica estera alla Camera, il 6 novembre 1985, durante il quale Craxi, pur esprimendosi contro il terrorismo palestinese perché irragionevole e fallimentare, ne cercò di comprendere le motivazioni, persino affermandone la legittimità (anche suscitando reazioni di protesta da parte di alcuni parlamentari, soprattutto del Partito Repubblicano) in ragione dell’occupazione straniera operata da Israele.
Coerentemente, promosse iniziative di pace, si impegnò per una diplomazia attiva nel Mediterraneo, e in molte occasioni incontrò Yasser Arafat, capo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), discussa figura che finì per diventare, all’epoca, il simbolo stesso della causa palestinese. Proseguendo la linea iniziata da Aldo Moro – che, da Presidente del Consiglio, fu tra i primi in Europa a legittimare l’OLP, riconoscendola come interlocutore internazionale –, mantenne costante il dialogo con Arafat e riconobbe nell’OLP un riferimento fondamentale per le questioni palestinesi.
È d’altro canto interessante qui citare anche Giulio Andreotti che, da Senatore a vita, il 18 luglio 2006, a Palazzo Madama, affermò in piena guerra del Libano: «Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista. […] Lo stato di Israele esiste, lo stato arabo no». O altresì ribadire la notissima vicenda (ottobre 1985) nominata “Crisi di Sigonella”, che viene ricordata come una pagina di alta politica estera, visto che l’allora capo del Governo Bettino Craxi, a costo di provocare una frattura diplomatica tra Italia e USA, si oppose al Presidente Reagan (e indirettamente al Governo israeliano) pur di confermare la sovranità dell’Italia e la competenza della giustizia italiana sui reati commessi dal gruppo di terroristi palestinesi che aveva dirottato la nave italiana Achille Lauro e ucciso un ostaggio ebreo americano.

Questi esempi di un passato neanche troppo lontano ricostruiscono alcuni dei tentativi, da parte dell’Italia dell’epoca, di partecipare attivamente alle dinamiche internazionali, e di proporre un apporto costruttivo nel confronto tra i Paesi del Mediterraneo.
Filippo Sconza, nel suo articolo Quando l’Italia della Prima Repubblica sosteneva i palestinesi, osserva come, negli anni della Guerra Fredda, l’Italia curasse con forte impegno il dialogo con il mondo arabo, “tanto per questioni strategiche quanto per interessi economici. Con una significativa dose di realpolitik, nel secondo dopoguerra il nostro paese seppe tessere un’importante tela di relazioni sia con stati mediterranei quali la Tunisia di Bourghiba, la Libia di Gheddafi e l’Egitto di Sadat, sia con la Giordania di Re Hussein e l’Iraq di Al Bakr prima e Saddam poi. Non secondaria fu la questione energetica, con l’ENI di Enrico Mattei che andava cercando nuove sfere d’influenza giocando sui sentimenti anti coloniali dei paesi arabi” (in Generazione Magazine, 23/12/2023, https://generazionemagazine.it/quando-litalia-della-prima-repubblica-sosteneva-i-palestinesi/).
L’attuale silenzio dell’Italia nei confronti delle palesi inosservanze del diritto internazionale e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sia da parte di Israele per quanto riguarda gli effetti dell’azione militare perpetrata sulla popolazione della Striscia di Gaza durante la guerra tra Israele e Hamas iniziata nel 2023 – effetti che portano istituzioni della giustizia internazionale, organizzazioni umanitarie, accademici, politici, i media e l’opinione pubblica mondiale a dibattere sulla decisione di definirli “genocidio”–, sia da parte degli USA in merito alle ingerenze nei confronti del Venezuela prima e dell’Iran oggi, risulta allora incomprensibile.
L’attenzione incondizionata a preservare da chiare prese di posizione critiche i cosiddetti amici e alleati Trump e Netanyahu, appare inaccettabile soprattutto se si ricorda il ruolo di interlocutore principale che il nostro Paese rivestiva, anche agli occhi degli USA, verso l’OLP e verso Arafat che contava proprio sull’aiuto dell’Italia per ottenere il supporto dell’Europa alla causa palestinese e, in particolare, al riconoscimento di uno stato di Palestina in cui la popolazione araba potesse trovare pace. Un atteggiamento dell’Italia che risulta insopportabile, inoltre, se si considerano, per esempio, i grandi meriti italiani (insieme all’impegno, tra gli altri, del presidente francese Giscard D’Estaing) che portarono, nel 1980, la Comunità Economica Europea a dichiararsi ufficialmente, per la prima volta, a favore del «riconoscimento dei diritti legittimi del popolo palestinese» nella cosiddetta Dichiarazione di Venezia, per la prima volta prospettando, a grandi linee, la soluzione “due popoli, due Stati”.
Oggi, per le iniziative assunte ai tempi della Prima Repubblica dimostrandosi tra i maggiori sostenitori del riconoscimento e della realizzazione di uno Stato Palestinese, Craxi e Andreotti sarebbero, presumibilmente, subito tacciati di antisemitismo.
E dunque, insieme a Sconza, ci chiediamo: “Cos’è cambiato […] negli ultimi trent’anni di politica estera, rispetto all’epoca della Prima Repubblica?” (ibidem).



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