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Sudan - El Fasher abbandonata alla morte, la coscienza del mondo messa alla prova

59 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min

Marwa Al-Kayal - Il 26 ottobre 2026 ricorrre il primo anniversario della caduta città sudanese di El-Fasher, principale centro urbano del Darfur settentrionale espugnato dai paramilitari ribelli della Rapid Support Force.

El Fasher non è caduta in un solo giorno, ma lasciata ad affrontare la morte giorno dopo giorno, in un lungo assedio, bombardamenti incessanti e fame, che ha stretto i corpi prima ancora di stringere le case. Quando il momento della caduta si è avvicinato, la domanda non era più quanto a lungo la città avrebbe potuto resistere, ma quante persone sarebbero rimaste in vita una volta finito tutto.

Il 26 ottobre 2025, El Fasher è caduta dopo circa diciotto mesi di assedio, in un inferno che era solo all’inizio. Ma ciò che è accaduto non è stato soltanto la perdita di una città in guerra: è stata una catastrofe umanitaria che ha rivelato fino a che punto i civili possano essere esposti alla violenza, e quanto possa tardare la risposta internazionale mentre viene assediata la vita stessa.

El Fasher è diventata il simbolo delle atrocità in Sudan, non solo una città destinata a cadere. Il mondo era stato avvertito della catastrofe imminente, eppure gli abitanti si sono trovati ad affrontare una delle più terribili ondate di violenza registrate in Sudan durante questa guerra.

Giorni di orrore e paura

In un rapporto pubblicato il 13 febbraio 2026, l'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha documentato l'uccisione di oltre 6.000 persone durante i primi tre giorni dell'offensiva finale lanciata dalle Forze di Supporto Rapido (RSF) contro El Fasher, dopo diciotto mesi di assedio. Secondo il rapporto, oltre 4.400 persone sono state uccise all'interno della città e più di 1.600 mentre tentavano di fuggire lungo le vie di fuga. Il rapporto ha inoltre sottolineato che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto.

Il documento riferisce di uccisioni di massa, esecuzioni sommarie, violenze sessuali, rapimenti a scopo di riscatto, torture, detenzioni, sparizioni e saccheggi, oltre al reclutamento e all'impiego di bambini nelle ostilità. Sono stati inoltre documentati attacchi contro civili sulla base della loro appartenenza etnica o presunti legami con le parti in conflitto.

Fra gli episodi più dolorosi riportati, quello avvenuto presso l'Università di El Fasher. Il rapporto raccoglie testimonianze concordanti secondo cui circa 500 persone sarebbero state trucidate il 26 ottobre 2025, quando i combattenti delle RSF aprirono il fuoco con armi pesanti contro una folla che cercava riparo all'interno di un edificio residenziale universitario e centinaia di persone hanno perso la vita, in un luogo che avrebbe dovuto offrire rifugio, non trasformarsi in un teatro di morte. Cinquecento vite che non erano semplici cifre su un foglio, ma volti, sogni e famiglie che forse ancora oggi non sanno come si sia conclusa la storia dei propri cari.

L'Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha concluso che esistono ragionevoli motivi per ritenere che alcune delle violazioni commesse durante l'offensiva costituiscano crimini di guerra e che determinati atti, nel contesto di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile, possano configurare crimini contro l'umanità.

Non si tratta soltanto di un bilancio di vittime. È la testimonianza della portata del collasso che può investire il principio stesso della protezione umanitaria, quando i civili vengono lasciati senza un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

Dietro ogni numero c'è un nome, un volto, una vita. Dietro ogni persona c'è una famiglia sospesa fra speranza e paura, incapace di sapere se debba continuare ad aspettare il ritorno di chi è assente, oppure iniziare un lutto senza neppure avere la certezza della sua morte.

Il pericolo lungo le vie di fuga

Lasciare El Fasher non significava essere al sicuro. Le testimonianze raccolte da Human Rights Watch fra i sopravvissuti fuggiti in Chad, insieme alla documentazione dell'organizzazione sulle violazioni, descrivono uccisioni di massa ai danni di persone che cercavano di scappare, soprattutto nelle aree intorno ai terrapieni e alle trincee che circondavano la città.

Alcuni sopravvissuti hanno raccontato che uomini e ragazzi venivano separati dalle famiglie. Hanno inoltre riferito di uccisioni, rapimenti, estorsioni e attacchi su base etnica, in particolare ai danni delle comunità non arabe, come quella degli Zaghawa.

I civili si sono ritrovati intrappolati fra due fuochi: restare in una città logorata dall'assedio, dalla fame e dai bombardamenti, oppure fuggire attraverso strade che potevano trasformarsi in trappole mortali.

Che significato può avere la salvezza quando anche la strada per raggiungerla diventa un altro pericolo? Quale valore ha la protezione, se una persona è costretta a scegliere fra morire dove si trova, e rischiare la vita durante la fuga?

La tragedia non finisce nel momento in cui vengono sparati i colpi, ma continua nella memoria dei sopravvissuti, nella paura dei bambini, nell'angoscia delle madri e nel destino di migliaia di persone le cui famiglie aspettano ancora di sapere che cosa sia accaduto loro.

L'identità motivo per uccidere

I fatti documentati a El Fasher non consentono più di considerare quanto accaduto come semplice caos seguito a una battaglia militare. Il rapporto della Missione Internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sul Sudan, pubblicato nel febbraio 2026, ha esaminato quelli che ha definito “indicatori di genocidio” a El Fasher.

La Missione ha concluso che le uccisioni di massa e le atrocità associate alla presa della città da parte delle RSF, il 26 e 27 ottobre 2025, presentano indicatori di un processo genocidario diretto contro comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur. La valutazione si basa su un modello crescente di persecuzione legata all'identità, comprendente uccisioni di massa, gravi danni fisici e psicologici, violenze sessuali, detenzioni, torture e sparizioni, oltre a discorsi che disumanizzano i gruppi presi di mira e invocano la loro esclusione o distruzione.

Questa valutazione delle Nazioni Unite è estremamente grave e richiede un'azione concreta per proteggere i civili, impedire il ripetersi delle atrocità, condurre indagini indipendenti sui crimini e accertare le responsabilità a tutti i livelli.

Quando una persona viene presa di mira a causa della propria identità, non si tratta più soltanto della violazione di un diritto individuale: viene minacciata l'esistenza stessa di intere comunità e il loro diritto alla vita, alla sicurezza e alla dignità nella propria patria.

La gravità di questi fatti non deve essere trasformata in una disputa terminologica che consuma tempo mentre le vittime continuano a soffrire. È necessario prendere sul serio i risultati delle indagini, preservare le prove, perseguire i responsabili in conformità con il diritto internazionale e impedire che tali crimini diventino precedenti ripetibili impunemente.

Dov'era la comunità internazionale?

Il pericolo che incombeva su El Fasher non è apparso all'improvviso il giorno della caduta. Per oltre un anno, l'Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva lanciato allarmi sul rischio di atrocità di massa nella città. In precedenza aveva inoltre documentato modelli di violenza in Darfur, compreso l'attacco al campo per sfollati di Zamzam nell'aprile 2025.

Nel febbraio 2026, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto quanto accaduto a El Fasher come una catastrofe umanitaria che avrebbe potuto essere evitata, chiedendo indagini credibili e imparziali e l'accertamento delle responsabilità per i crimini più gravi. Da qui emerge una domanda che non dovrebbe mai scomparire dalla coscienza del mondo: che valore hanno gli allarmi internazionali se non si traducono in una protezione efficace dei civili? Quanto valgono le condanne ufficiali se la vita degli innocenti continua a essere sospesa tra un assedio soffocante e pericolose vie di fuga?

Non bastano i comunicati, non bastano le espressioni di preoccupazione e l'attenzione internazionale non può esaurirsi quando finisce la notizia del giorno. La responsabilità impone di garantire l'accesso agli aiuti umanitari, proteggere i civili, sostenere gli sforzi per fermare i combattimenti, indagare sui crimini, perseguirne gli autori e lavorare affinché simili atrocità non si ripetano in altre aree del Sudan.

È inoltre necessario esercitare pressioni sulle RSF e su tutte le parti che dispongono di influenza su di esse, affinché adottino misure concrete per fermare le violazioni e limitare i flussi di armi che alimentano la guerra, nel rispetto degli obblighi internazionali pertinenti.

Il fallimento nella protezione dei civili non si misura dal numero di dichiarazioni rilasciate, ma dal numero di vite che avrebbero potuto essere salvate e non lo sono state.

I sopravvissuti non possono essere lasciati soli ad affrontare le conseguenze della violenza, dello sfollamento e della perdita. Hanno bisogno di cibo, acqua, cure mediche e riparo, ma anche di assistenza psicologica che ne tuteli la dignità e di opportunità concrete per ricostruire la propria vita. Per le persone scomparse è necessario cercare di chiarire che cosa sia accaduto; le famiglie hanno diritto alla verità e le vittime hanno diritto a una giustizia che non si arresti davanti agli interessi politici o militari.

El Fasher non è una tomba della memoria

El Fasher non è soltanto un nome nei rapporti sulla guerra, né uno spazio su una mappa conteso dalle armi. È una città con la propria storia, la propria memoria e i propri abitanti. È fatta di case che custodiscono le storie delle famiglie, mercati che hanno riunito le persone e bambini che avevano il diritto di crescere in sicurezza.

Quando parliamo di El Fasher, parliamo del diritto dei suoi abitanti alla vita e alla dignità, del diritto degli sfollati a un rifugio sicuro, del diritto delle persone scomparse a essere cercate e del diritto dei sopravvissuti a vedere ascoltate le proprie testimonianze e tutelato il proprio futuro. La ricostruzione della città non può cominciare soltanto dalle pietre. Le pareti possono essere riparate, le strade riaperte e i mercati ricostruiti, ma la ferita umana resterà aperta finché la verità non sarà accertata, le prove non saranno preservate, i responsabili non saranno chiamati a rispondere dei loro atti e i sopravvissuti non riceveranno ciò di cui hanno bisogno per riprendere in mano la propria vita.

Quando il ritorno a El Fasher sarà possibile, dovrà essere sicuro, volontario e dignitoso, e fondarsi su garanzie concrete per la protezione della popolazione e il ripristino dei servizi essenziali. Nessuno dovrebbe essere costretto a tornare in un luogo privo delle necessarie condizioni di sicurezza, né essere lasciato a scegliere tra uno sfollamento permanente e il ritorno al pericolo.

Essere fedeli alla città significa, prima di tutto, mettere al centro le persone: proteggere i bambini, garantire giustizia alle donne sopravvissute alla violenza, cercare gli scomparsi, sostenere le famiglie che hanno perso la casa e la fonte di sostentamento e difendere il diritto di ogni essere umano a vivere senza paura per la propria identità o appartenenza.

Non permettere che il crimine vinca due volte

Nel primo anniversario della caduta di El Fasher, non scriviamo per riaprire il dolore fine a sé stesso, né per trasformare la tragedia in un'occasione passeggera di lutto. Scriviamo perché la memoria è una responsabilità, perché la parola può diventare una testimonianza contro l'oblio e perché la difesa della dignità umana non dovrebbe fermarsi ai confini di una nazione, di un'etnia o di una lingua.

Scriviamo per coloro che sono morti senza avere la possibilità di salutare i propri cari; per chi è sopravvissuto fisicamente, ma ha lasciato parti della propria anima alle spalle; per le madri che attendono ancora notizie dei figli, per i bambini costretti a conoscere la paura prima ancora di sapere che cosa significhi sentirsi al sicuro e per le famiglie che non sanno dove inizi la strada del ritorno né dove finisca il lutto.

Scriviamo perché le vittime meritano più di una solidarietà passeggera, perché la giustizia non è un lusso politico e perché una pace che ignora i crimini non può costruire un futuro sicuro: lascia invece le cause della catastrofe nascoste nel cuore della società.

Essere fedeli a El Fasher non significa piangerla un solo giorno all'anno per poi tornare al silenzio. Significa continuare a chiedere verità, proteggere chi si trova ancora in pericolo, rendere giustizia alle vittime, sostenere i sopravvissuti e impegnarsi affinché questa tragedia non si ripeta in nessun'altra città sudanese.

Le città possono cadere sotto il peso della guerra, le case possono essere distrutte e le vite possono essere strappate a chi le vive. Ma non si deve permettere al crimine di vincere due volte: la prima quando uccide una persona, la seconda quando riesce a cancellarne la storia dalla memoria del mondo.

Nel primo anniversario della caduta di El Fasher, l'appello rimane chiaro: non dimenticate le vittime. Non lasciate soli i sopravvissuti. Non trasformate la giustizia in una promessa rinviata a tempo indeterminato. Cercate le persone scomparse, proteggete i civili, aprite la strada agli aiuti umanitari e fate in modo che l'accertamento delle responsabilità sia parte integrante di qualsiasi percorso verso la pace.

Dietro ogni tragedia c'è un essere umano che merita di vivere. Dietro ogni silenzio c'è una responsabilità. E dietro ogni crimine c'è un diritto alla verità e alla giustizia.

Le città possono cadere sotto il peso della guerra, ma la coscienza dell'umanità non deve cadere insieme a loro.

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