Sudan: quando fermare la guerra diventa una responsabilità di tutti

✍🏻 Wael Al-Mawla – Scrittore e giornalista
La guerra in Sudan non è più un conflitto interno. È una ferita aperta in un Paese arabo e africano, strategico per posizione, popolazione ed economia.
I sudanesi lo sanno: la soluzione non arriverà dalle armi, ma da un cessate il fuoco e da un percorso politico che preservi l’unità dello Stato e il diritto del popolo a decidere il proprio futuro.
I sudanesi guardano con speranza a Egitto e Arabia Saudita, legati al Sudan da storia, interessi strategici e legami popolari. L’Egitto è direttamente interessato alla sua stabilità, l’Arabia Saudita può proseguire la mediazione verso la pace.
C’è poi la Turchia, attore che non può essere ignorato, con la sua presenza a Port Sudan, sul Mar Rosso. Il suo ruolo può aiutare se si orienta verso la mediazione, non verso lo scontro.
L’Unione Europea e la comunità internazionale non possono limitarsi agli aiuti umanitari: devono fermare il flusso di armi, proteggere i civili e sostenere un vero processo politico sudanese.

Il Sudan non è solo un’emergenza umanitaria. Con le sue terre agricole, le risorse idriche e la sua posizione, se stabile, può diventare una delle principali fonti di cibo della regione.
Salvare il Sudan non è solo responsabilità dei sudanesi. È una responsabilità araba, regionale e internazionale. Se il Sudan ritrova la pace, potrà contribuire a nutrire il suo intorno e a costruire un futuro più sicuro per tutti.





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