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Vaticano: dialogo con Baku e l’Armenia resta sola

  • 2 ore fa
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Letizia Leonardi (Assadakah News) - C’è un momento in cui il silenzio diventa una presa di posizione. E quello che sta accadendo attorno alla distruzione della chiesa di Surb Astvatsatsin a Stepanakert, nel territorio dell’Artsakh oggi sotto controllo azero, sembra rientrare proprio in questa categoria.

La chiesa, costruita secondo lo stile di Zvartnots, uno dei simboli più alti dell’architettura cristiana armena, non era soltanto un edificio religioso. Era memoria, identità, radicamento. La sua distruzione, avvenuta proprio in prossimità del 111° anniversario del Genocidio armeno, non può essere liquidata come un episodio isolato. È la seconda chiesa abbattuta a Stepanakert in poche settimane, dopo quella di Surb Akop. Due colpi mirati, due simboli cancellati.

Il quadro che emerge è quello di una strategia precisa: non solo controllo territoriale, ma cancellazione culturale. Un’operazione che molti osservatori definiscono senza mezzi termini “genocidio culturale”. Non si tratta più solo di geopolitica, ma di riscrittura della storia attraverso la distruzione delle sue tracce più visibili.

Ed è qui che entra in scena il nodo più scomodo, il silenzio della Chiesa Cattolica.

Nei prossimi giorni, proprio in Vaticano, si terrà un convegno organizzato insieme all’ambasciata dell’Azerbaijan presso la Santa Sede, per la presentazione del libro “Pontes culturae”. Ponti culturali, li chiamano. Ma mentre si costruiscono ponti diplomatici, altrove si abbattono chiese.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: qualcuno avrà il coraggio di sollevare il tema? Qualcuno parlerà apertamente della distruzione sistematica delle chiese armene? Oppure prevarrà ancora una volta la prudenza diplomatica?

Perché qui non si tratta solo di equilibri internazionali. Si tratta di una scelta di campo, anche simbolica. Da una parte c’è l’Armenia, il primo Stato cristiano della storia. Dall’altra, l'Azerbaijan accusata di violare sistematicamente diritti umani e che, a un passo dal compiere l'annientamento del popolo armeno, sta compiendo un genocidio culturale nel silenzio della comunità intenazionale e soprattutto dello Stato centro della cristianità.

Il rischio è che, in nome della realpolitik, si finisca per sacrificare la memoria, la fede e la storia di un popolo. E quando persino le istituzioni che dovrebbero custodire questi valori sembrano voltarsi dall’altra parte, la sensazione è che qualcosa di profondo si sia incrinato.

Le chiese possono essere distrutte. Le pietre possono essere rase al suolo. Ma resta una responsabilità che non si può abbattere con le ruspe: quella di scegliere da che parte stare.

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