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Lo scivolone mediatico smaschera la narrazione.

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 4 giorni fa


I media israeliani tra la retorica del “civile innocente” e la realtà della militarizzazione totale.


Scritto da Issam Al-Halabi (Assadakah News)


Ogni volta che il fronte interno israeliano viene colpito, i media ebraici si affrettano a riprodurre una narrazione preconfezionata: “civili innocenti” che pagano il prezzo di un conflitto che non li riguarda. Tuttavia, questa costruzione retorica—che rappresenta uno dei pilastri della comunicazione israeliana rivolta all’esterno—non resiste a lungo di fronte ai dettagli che emergono dall’interno della stessa società.

Questo è emerso chiaramente nella copertura della morte della colona israeliana Norell Dubin (27 anni), uccisa a seguito dell’esplosione di un razzo caduto in Galilea. Il quotidiano Maariv ha cercato di presentarla attraverso un’immagine umanizzata: una giovane amante della vita, impegnata nell’orientamento educativo e prossima al matrimonio—una rappresentazione che, nei fatti, risulta fuorviante.

Tuttavia, un’intervista radiofonica trasmessa da Radio 103FM con sua zia, Ilana Segal, ha rivelato elementi in contraddizione con questa versione, facendo crollare—anche se involontariamente—la linea di demarcazione che i media israeliani cercano di tracciare tra “civile” e “militare”.

Nel corso dell’intervista, la zia ha descritto le ore successive alla caduta dei razzi—circa 150 minuti—come un periodo di “tensione estrema”, in attesa di una conferma ufficiale. Ciò che colpisce non è solo il livello di ansia, ma anche il fatto che la famiglia abbia appreso la notizia della morte tramite parenti a Miami, prima di qualsiasi comunicazione ufficiale, riflettendo uno stato di confusione nel fronte interno e un calo di fiducia nelle informazioni ufficiali, in un contesto segnato da restrizioni e censura sui dettagli delle perdite.

La contraddizione più significativa è emersa quando la zia, senza rendersene conto, è passata dal descrivere la nipote come una civile all’ammettere che fosse una riservista dell’esercito israeliano, “armata e in attesa di ordini”, e tra le prime pronte a unirsi ai combattimenti dopo gli eventi del 7 ottobre. Questa dichiarazione spontanea ha demolito la narrazione mediatica che cercava di privare la vittima di qualsiasi dimensione militare, ricollocandola in un contesto completamente diverso.

Questo episodio rivela un modello più ampio all’interno della società israeliana, dove la vita civile e la struttura militare risultano profondamente intrecciate. L’ampia presenza di riservisti e il mantenimento di ruoli operativi pronti ad essere attivati in qualsiasi momento rendono la distinzione tra “civile” e “combattente” più formale che reale, soprattutto negli insediamenti prossimi alle linee di contatto.

In questo contesto, la narrazione promossa dai media israeliani appare selettiva e ingannevole: si fonda sulla presentazione parziale dei fatti e sull’occultamento degli elementi che la contraddicono, al servizio di un preciso discorso politico volto a riprodurre l’immagine della “vittima”, separata dalla realtà complessiva sul terreno.

Con il proseguire delle politiche guidate da Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich e Israel Katz, si consolida un modello sociale segnato da militarizzazione, violenza contro i palestinesi e mobilitazione permanente. In tale scenario, il fronte interno si trasforma in uno spazio direttamente coinvolto nel conflitto, non più separato da esso, nonostante gli sforzi della narrazione mediatica israeliana di presentarlo come tale, rivestendolo di un’immagine umanitaria. La realtà della società nello Stato di occupazione israeliano rivela una struttura fondata sulla militarizzazione e sull’aggressione, dove si intrecciano dimensione civile e militare in un unico sistema al servizio di un progetto espansionistico continuo. Parallelamente, i media israeliani svolgono un ruolo centrale nella distorsione della realtà, attraverso un discorso selettivo che presenta l’occupazione come vittima, nascondendo le sue pratiche sul terreno.

I media non trasmettono i fatti quanto piuttosto ricreano e riproducono una narrazione ingannevole, utilizzata come strumento politico per giustificare la violenza e fuorviare l’opinione pubblica internazionale.

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