Siria - Da macerie e divisione al progetto di patria unita
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Wael Al Mawla -Dopo tutto ciò che la Siria ha vissuto dalla sua indipendenza (colpi di stato, guerre e frammentazioni) non è più possibile continuare a girare nello stesso circolo vizioso: quello della vendetta, della riproduzione del dolore e della trasmissione dell’odio. L’uscita da questo tunnel non inizia soltanto con una decisione politica, ma con una trasformazione profonda della coscienza collettiva: da una mentalità di vendetta a una cultura della tolleranza, e da una logica di dominio a una logica di partenariato.
Le mappe di divisione imposte alla regione, prima fra tutte l’Accordo Sykes-Picot, hanno contribuito a disgregare il tessuto sociale, trasformando la diversità da fonte di ricchezza in causa di conflitto. La divisione non è stata soltanto una linea tracciata sulla carta, ma l’inizio di una lunga fase di instabilità, in cui si intrecciano interessi interni e scommesse esterne.
In questo contesto, gli attori con interessi convergenti sembrano più capaci di coordinarsi tra loro, mentre gli sforzi delle forze che aspirano alla stabilità restano frammentati a causa dell’assenza di un progetto comune capace di unire le energie e orientarle verso un obiettivo condiviso. Per questo, la vera sfida non è solo affrontare le manifestazioni della divisione, ma le sue radici culturali e ideologiche che la alimentano.

La sfida più grande oggi consiste nel ricostruire il concetto di “patria” come uno spazio condiviso che includa tutti, e non come un campo aperto di conflitto. Ciò richiede il rafforzamento della cultura dell’appartenenza nazionale e il radicamento dei valori della tolleranza e della convivenza, non come semplici slogan, ma come pratiche concrete nell’educazione, nei media e nelle politiche pubbliche. La patria non si costruisce sulla paura, ma sulla fiducia; non si protegge con i muri, ma con la giustizia.
Da questa prospettiva, la condizione di divisione può essere trasformata da peso a opportunità, indirizzando le energie verso lo sviluppo economico e la produzione, invece di disperderle nei conflitti. Le società devastate dalle guerre sono capaci di rinascere quando scelgono la cooperazione e l’integrazione delle risorse. Tuttavia, questa trasformazione non può realizzarsi senza la costruzione di uno Stato di diritto, in cui il cittadino senta che i propri diritti sono garantiti e la propria dignità tutelata, al di là delle appartenenze ristrette. Uno Stato in cui la sicurezza sociale, fondata sulla giustizia e sulla solidarietà, sia più forte di qualsiasi forza imposta.
Il vero progetto nazionale non si misura dalla sua capacità di dominare, ma dalla sua capacità di includere; non si fonda sulla supremazia, ma sull’equilibrio. Numerose esperienze internazionali hanno dimostrato che la riconciliazione può aprire la strada al futuro, quando prevale sulla vendetta.
In conclusione, la pace non è una scelta ideale, ma una necessità esistenziale. O siamo partner in un’unica patria, oppure restiamo prigionieri di conflitti senza fine. La strada è difficile, ma comincia dalla convinzione che meritiamo di vivere insieme.




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