15 maggio - Nakba Day
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Roberto Roggero* - Un termine ancora oggi attuale, Nakba, che in arabo significa “catastrofe”, “disastro”, le cui drammatiche conseguenze sono oggi più che mai visibili.
Il genocidio della popolazione palestinese ebbe inizio 78 anni fa, il 15 maggio 1948, con la fine del mandato britannico sulla Palestina e con la fondazione dello Stato di Israele, e iniziato dai gruppi paramilitari sionisti e dell’esercito israeliano.
Il massacro ha attraversato diverse fasi storiche, fino a quella attuale, a cominciare dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana, che costrinse circa un milione di palestinesi ad abbandonare le proprie case, e alla successiva proibizione al ritorno.
La proporzione fra i palestinesi che erano fuggiti o che furono cacciati, le cause e le responsabilità dell'esodo, il suo carattere accidentale o intenzionale, come pure il diniego, dopo la cessazione dei combattimenti, del diritto al ritorno degli abitanti arabo-palestinesi (musulmani e cristiani), sono stati un soggetto fortemente dibattuto sia da parte degli studiosi della questione israelo-palestinese, sia da parte degli storici. Ad oggi, anche a seguito del lavoro dei cosiddetti Nuovi Storici, il dibattito si concentra soprattutto sulle responsabilità dei leader dell’estrema destra sionista israeliana, che hanno anche la responsabilità dei milioni di rifugiati e profughi che si sono riversati nei Paesi confinanti, come Libano, Siria, Iraq, Cisgiordania, Egitto, Giordania. In totale, secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre 5 milioni.
Da qui, hanno origine le diverse guerre fra arabi e israeliani, che comunque era già in essere intorno al 1920, ovvero da quando ebbe inizio il controllo britannico dei Territori Palestinesi e cominciò una crescente immigrazione di ebrei che avevano l’obiettivo di fondare uno Stato ebraico in Palestina. Come risposta, i dirigenti arabi si riconobbero negli ideali del nazionalismo o del panarabismo e condussero un'opposizione sempre più decisa, con le prime sommosse nel 1920 e nel 1929, che vide contrapposti la politica dell’insediamento, o Yishuv (termine ebraico che significa “insediamento” e indica le comunità ebraiche che si introdussero illegalmente in Palestina prima della creazione di Israele nel 1948.

Si ebbe una prima fase, nota come Vecchio Yishuv, con le comunità ebree e ortodosse che si insediarono nelle quattro città sante (Gerusalemme, Safed, Tiberiade e Hebron), e Nuovo Yishuv, a partire dal 1882 con le ondate migratorie della prima Aliyah e il crescente sviluppo del movimento sionista, che pose le basi per la futura fondazione di diverse città, fra cui Tel Aviv. Due diverse culture iniziarono a entrare in contrasto, una con una base volta alla industrializzazione, l’altra fondamentalmente agricola, due ideologie che diedero origine ad altrettanti concetti di nazionalismo totalmente inconciliabili che, paradossalmente, all’inizio avevano un comune nemico, cioè l’occupante europeo, e che quando ebbe termine il mandato inglese, entrarono inevitabilmente in contrasto fra loro.
La prima massiccia manifestazione di la Grande Rivolta, fra il 1936 3 il 1939, con i nazionalisti palestinesi che combattevano il sionismo e l’occupazione britannica, che sfociò in una sanguinosa repressione alla quale presero parte anche i movimenti sionisti, che causò oltre 5000 vittime fra i palestinesi e poco più di 500 da parte ebraica.
I nazionalisti arabo-palestinesi ottennero una sensibile riduzione degli insediamenti ebraici, ma le conseguenze furono drammatiche. Seguirono ondate di arresti, specie dei leader della comunità araba, che furono condannati all’esilio, soprattutto Hajji Amin Al-Hsayni, considerato il capo movimento, che riparò nella Germania nazista, dove cercò di ottenere consensi alla causa palestinese.
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, e la scoperta dei campi di sterminio e dell’Olocausto, il movimento sionista, pur essendo complice delle deportazioni, avendo stretto accordi con le SS, sfruttò il sensibile aumento delle simpatie dell’Occidente, mentre in Palestina i movimenti sionisti paramilitari, in particolare Lehi e Irgun, cominciarono la lotta armata contro l’occupante inglese. I nazionalisti arabo-palestinesi colsero l’occasione per scendere a loro volta in campo, ma non ottennero particolari risultati, soprattutto a causa della carenza di organizzazione e armi.

Con la nascita della Lega degli Stati Arabi, di cui la Palestina fu uno dei membri fondatori, le aspirazioni nazionaliste arabe ripresero vigore, ma non si giunse ad alcuna soluzione diplomatica. Nel febbraio 1947, il governo britannico annunciò la imminente fine del mandato, ma gli eventi seguenti non furono a vantaggio delle popolazioni arabe, soprattutto perché nel novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò il Piano di Spartizione della Palestina, in aperta opposizione alle aspirazioni delle popolazioni arabe.
Altro evento traumatico fu lo scoppio della guerra, poco dopo la decisione dell’ONU, fra il 1947 e il ’48, che vide opposti la comunità ebraica e quella araba musulmana e si allargò ai Paesi confinanti proprio il 15 maggio ’48, a seguito del ritiro delle forze britanniche. Fu durante questo conflitto che ebbe inizio la Nakba, l'esodo palestinese.
L’immediato risultato fu il caos, in particolare perché il territorio era geograficamente confuso, in quanto le popolazioni arabe ed ebree vivevano in insediamenti a macchia di leopardo. Altri motivi furono la storica rivalità fin dalla fine della prima guerra mondiale, il rifiuto reciproco a qualsiasi forma di trattativa, e il diffuso timore per il diffondersi del sionismo, acuite dalla ben calcolata e voluta debolezza organizzativa delle strutture di autogoverno arabo-palestinesi, i cui leader erano stati esiliati o uccisi. Di contro, le strutture dei movimenti sionisti si erano sviluppate, soprattutto in ambito Yishuv.
In aggiunta, gli eventi dell'epoca devono essere analizzati in base al fatto che uno Stato ebraico vitale non potesse nascere con una minoranza araba troppo consistente, e quindi che fosse necessario imporre l’ideologia sionista su tutto il territorio, sfruttando il ricordo della Shoah ovvero che un rischio simile esisteva finché era presente “il pericolo arabo-palestinese”. Lo stesso motivo che ancora oggi viene adottato per giustificare le sconsiderate iniziative del governo di estrema destra israeliano, ovvero la difesa preventiva, motivo che ha ispirato la denominazione delle forse armate: Israel Defence Force.

Di fatto, oggi è ormai accertato come verità storica incontestabile che la comunità ebraica non ha mai dovuto confrontarsi con un concreto rischio di sterminio, poiché le forze paramilitari ebraiche, vale a dire l'Haganah, disponevano di un'incontestabile superiorità militare.
Storicamente, una prima ondata di ostilità e conseguente esodo palestinese di verificò fra il dicembre 1947 e il marzo ’48, a seguito della decisione di spartire il territorio, secondo il mandato dell’ONU, e delle manifestazioni di giubilo della parte ebraica, e di opposizione di quella palestinese. Gli scontri violenti si allargarono a macchia d’olio, con attentati, rappresaglie e oltre 2000 morti e il doppio di feriti Nella tacita indifferenza britannica, nei territori palestinesi cominciarono ad affluire truppe del cosiddetto Esercito Arabo di Liberazione, e giunse anche Abd al-Qadir al-Ḥusayni alla testa di diverse centinaia di uomini dell'Esercito della Jihad che, dopo aver reclutato varie migliaia di altri volontari, organizzò il blocco di Gerusalemme, dove scoppiarono violenti combattimenti. Nel frattempo. Le autorità ebraiche imposero alla propria gente di restare ad ogni costo sul posto.
Come immediata conseguenza, l’aumento fuori controllo della tensione, causò la partenza degli arabi palestinesi più facoltosi, che potevano permettersi di lasciare il Paese.
Circa 120mila persone preferirono abbandonare le città in preda ai disordini. Fu la prima ondata della Nakba, probabilmente quella meno costretta, anzi, praticamente volontaria.
Il caos che si generò a seguito dell'abbandono graduale dei pubblici servizi, dell'insicurezza e della scomparsa dello Stato di diritto, come conseguenza dell'abbandono britannico della Palestina, peggiorarono la situazione. Molte scuole furono costrette a chiudere, così diversi ospedali, cliniche, attività commerciali, causando un sensibile aumento della disoccupazione e della povertà.

Fu il prologo alla seconda ondata di esodo palestinese, formata in gran parte da famiglie delle classi medie, compresi i membri del Supremo Comitato Arabo o della dirigenza locali, e migliaia di arabi in precedenza giunti da Paesi esteri. Questa gente, non avendo le possibilità economiche per trasferirsi in Paesi lontani, si riversò nei Paesi confinanti e in molte capitali di altri Paesi arabi, partendo da Haifa, Jaffah e Lidda, conservando la speranza di fare ritorno, una volta terminatele ostilità, memori del rimpatrio che avvenne nel 1939, dopo la Grande Rivolta Araba.
Nel frattempo, le organizzazioni sioniste e i gruppi estremisti israeliani, fra cui Haganah, Lehi e Irgun, uscirono allo scoperto, attaccando i palestinesi in movimento, o entrando nei villaggi e intimando l’evacuazione. Una situazione non molto dissimile a quella della attuale Cisgiordania.
In febbraio, Yossef Weiz, direttore del Dipartimento per la Terra e il Rimboschimento del Fondo Nazionale Ebraico, prese iniziative con poteri militari e civili nella valle di Beissan per favorire l'espulsione dei beduini che occupavano terre di proprietà ebraica. A fine marzo, fa pressione su Israel Galili (capo di stato maggiore dell'Haganah, futuro ministro del governo e membro della Knesset) e David Ben Gurion (formalmente capo dell’Haganah, considerato il fondatore dello Stato di Israele e primo ministro) per implementare una politica nazionale d'espulsione sul territorio attribuito agli ebrei dal Piano di Spartizione, ma le proposte furono respinte.
Gli scontri armati non diminuirono, avvennero fatti di sangue a Qisarya (Cesarea) dove Haganah decise di entrare con la forza per rappresaglia e Yitzhak Rabin, allora capo operazioni del Palmach (branca paramilitare dell’Haganah) scatenò i propri uomini che fecero evacuare completamente il villaggio. In totale, oltre 100mila palestinesi furono costretti ad abbandonare la propria terra.

Altri disordini peggiorarono la situazione, come il massacro di Deir Yassin e la dichiarazione di guerra da parte dell’Haganah lo stesso 15 maggio, che causò l’esodo di altri 300mila palestinesi. È generalmente a questa fase che si fa riferimento quando si parla di Nakba.
Fra luglio e ottobre 1948 avvenne una terza ondata, poi una successiva fra ottobre e novembre, e una ulteriore fra il novembre 1948 e la primavera del 1950, con l’aggiunta di una pulizia etnica delle zone di frontiera, dove si trovavano numerosi villaggi arabi, con una popolazione totale di circa 40mila persone.
Nello stesso 1948, l’ONU decise un ulteriore provvedimento di spartizione, dalla quale ebbe origine la odierna Giordania (ex Transgiordania) e i palestinesi residenti in questo territorio ottennero la nuova cittadinanza, ma la situazione continuò con le braci roventi sotto la cenere. Pochi anni dopo, con la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, avvenne un nuovo esodo, e altri 750mila palestinesi furono espulsi dalla propria terra, riparando in Giordania.
Il conflitto aveva inoltre dato un notevole impulso alla nuova forza di resistenza palestinese, Al-Fatah (che significa “conquista”, “vittoria), fondata da Yasser Arafat nel 1959, che dai territori giordani lanciava attacchi ai confini israeliani, diventando un vero e proprio stato nello stat, costringendo l’allora sovrano di Giordania, re Husayn ad attaccare i palestinesi nel settembre 1970, in una guerra civile che durò fino al luglio 1971, e conclusa con l’espulsione dela Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Moltissimi palestinesi si rifugiarono quindi in Libano, motivo all’origine dello scoppio della prima guerra civile libanese nel 1975.
Fu un vero e proprio effetto domino, molti leader palestinesi di dimisero dagli incarichi, la comunità palestinese venne minata dall’interno, molti centri urbani caddero sotto controllo israeliano, con eccessi come le atrocità commesse a Deir Yassin il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti ebrei sionisti appartenenti all'Irgun e alla Lehi (più nota come Banda Stern) attaccarono il villaggio palestinese vicino a Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti. L'assalto, concepito come parte dell'operazione Nahshon, aveva lo scopo di alleviare il blocco di Gerusalemme operato da forze arabo-palestinesi durante la guerra civile del 1947-48, che precedette la fine del mandato britannico della Palestina. Gli abitanti resistettero all'attacco, che si risolse in una lotta casa per casa e nell'uccisione di circa un centinaio di civili, fra cui donne e bambini, e nell'espulsione dei superstiti.
(*Direttore responsabile Assadakah News)




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